A Long Way From Nowhere
Quando la sfida fisica diventa una prova interiore: 150 miglia nel deserto tra fatica e trasformazione personale.
Non tutte le sfide nascono dal desiderio di scoprire luoghi nuovi o, semplicemente, di provare piacere. Ci sono occasioni in cui le persone sentono il bisogno di lasciarsi alle spalle la normalità per scavare dentro sé stesse e capire fino a che punto possono spingersi. I protagonisti di A Long Way From Nowhere appartengono proprio a questa categoria. Il documentario, realizzato da Chris Ward e Paul T. Scheuring nel 2023 e disponibile in streaming su Prime Video, segue la Desert RATS Stage Race, una corsa di più giorni a dir poco estrema: 150 miglia, circa 241 chilometri, tra Colorado e Utah. Un percorso durissimo, un’Odissea fatta di caldo torrido, salite, stanchezza e silenzi, in cui i partecipanti attraversano il deserto americano spingendo il proprio corpo e la propria mente al limite.
Non si tratta, quindi, di raccontare soltanto una sfida che alcune persone hanno deciso di affrontare. La gara è il punto di partenza, il pretesto per parlare di qualcosa che va ben oltre il semplice (si fa per dire) sforzo fisico. A dominare la narrazione è il luogo che la ospita, talmente centrale da farsi metafora della gara stessa: il deserto. Non si tratta solo di uno sfondo esteticamente suggestivo e vasto al punto di ospitare una gara simile, ma diventa la materia stessa del racconto.
Il deserto è estenuante e apparentemente senza fine, proprio come la prova da affrontare. Non offre appigli, è torrido e mette in costante difficoltà i corridori costringendoli a rallentare, soffrire, pensare e fare i conti con le motivazioni che li hanno spinti a correre per tutti quei chilometri. È un luogo estremo che costringe a fare uno sforzo altrettanto estremo, fisicamente e mentalmente.
I due registi comprendono questo doppio binario e pertanto strutturano A Long Way From Nowhere lungo due linee narrative differenti, ma in continuo contatto. Se infatti il centro gravitazionale è il viaggio fisico compiuto dai partecipanti, un altro percorso altrettanto importante (forse anche di più) è quello personale, fatto spesso di vecchie ferite che emergono chilometro dopo chilometro. Con l’avanzare della gara conosciamo sempre di più i protagonisti e le motivazioni che li hanno spinti a questa scelta, componendo una doppia trama narrativa in grado di tenere sempre alta l‘attenzione.
Risiede nella dimensione umana della sfida l’elemento che trasmette un senso di vicinanza nei confronti dello spettatore. I corridori non sono professionisti presentati come eroi invincibili (a differenza di 14 vette: ai limiti del possibile), ma persone comuni con alle spalle storie e motivazioni diverse: si passa da un veterano dell’Iraq a un padre appena diventato vedovo, fino a un’agente di polizia. Figure molto diverse tra loro che affrontano diversi ostacoli nel corso delle ore passate a camminare su sabbia e pietre, ma tutte accomunate dalla scelta di affrontare questa corsa come una forma di esplorazione della propria condizione umana. Non è solo un racconto con una grande componente motivazionale: è un progetto che mostra in maniera veritiera cosa significhi vivere in prima persona questo cammino, senza spettacolarizzazioni di alcun tipo.
Questo trattamento dei partecipanti permette di fare emergere un fattore molto importante, da tenere a mente per qualsiasi progetto documentario: non si deve falsificare l’esperienza mostrata. La narrazione qui non eleva la gara a un’impresa irraggiungibile e tantomeno la semplifica: la rende reale, tangibile, mostrando sia i momenti di slancio sia quelli di difficoltà. Del resto, non vengono nascosti la fatica fisica, la sopportazione del caldo torrido e nemmeno le persone che non riescono a completare la gara e sono costrette a fermarsi prima. Queste “imperfezioni”, che rendono il documentario più sincero, vengono valorizzate perché la sofferenza è una parte inevitabile e fondamentale dell’intero percorso “catartico” vissuto. Come viene detto durante il film dall’organizzatore della gara: “Non si tratta di far soffrire le persone, ma di fornire loro l’opportunità di vedere cosa succede dopo che hanno superato il proprio limite”.
La fatica è la protagonista anche della struttura narrativa, non solo dell’esperienza dei corridori. All’inizio il documentario ci presenta il percorso per farci entrare mentalmente nella sfida, ma poi ce lo fa vivere giorno per giorno, senza raccontare didascalicamente le tappe. Prima che i corridori inizino la gara, i registi vogliono farci percepire quanto sarà lunga e faticosa per poi lasciare che sia il tempo del viaggio a costruire la narrazione, cercando di trasmettere la stanchezza anche a chi guarda. Ogni giorno è diverso dal precedente e dal successivo, così anche la narrazione si adatta ai cambiamenti che ogni tappa causa dal punto di vista fisico, emotivo e relazionale. Sono cinque giorni in cui a progredire non sono soltanto i chilometri percorsi, ma soprattutto lo stato d’animo dei partecipanti e il modo in cui si rapportano tra loro.
Un ruolo fondamentale nell’accesso ai protagonisti è svolto dalle interviste frontali. Non si tratta di semplici riempitivi fini a sé stessi o di momenti esplicativi inseriti solo per restituire informazioni, ma del mezzo attraverso cui comprendiamo davvero l’evoluzione dei corridori. Spesso vediamo i protagonisti correre sullo schermo mentre ascoltiamo le loro parole e questo fa sì che la voce sembri trasformarsi in pensiero, integrandosi con le immagini e creando una narrazione più completa: la macchina da presa ci fa percepire la distanza, la fatica e il caldo, mentre le interviste ci restituiscono l’interiorità. Si tratta di un uso intelligente della parola in funzione delle immagini, dato che non interrompe l’azione, ma la accompagna e la approfondisce.
Ben integrata allo stile narrativo è anche la colonna sonora, mai monotona e spesso in primo piano nel contribuire a rafforzare l’introspezione dei racers. Le diverse fasi della gara sono accompagnate costantemente da scelte sonore che riflettono le condizioni fisiche e mentali dei corridori: la forte spinta iniziale, la concentrazione, la crisi, la solitudine e la ripartenza diventano sensazioni tradotte anche sul piano sonoro. È così che la regia prova a trasporre sia visivamente sia musicalmente la fatica provata dai partecipanti e la motivazione che li spinge a superare i propri limiti, anche quando il corpo sembra cedere.
Un altro fattore interessante riguarda il senso di cambiamento generato nei corridori dalla sfida affrontata. Tutti, o quasi, arrivano nel deserto da soli, pronti a correre e a lottare contro sé stessi. Ognuno corre per sé, per i propri motivi e per i propri limiti personali da superare, eppure tutti stanno condividendo la stessa esperienza. Questo crea un forte senso di comunità che porta persone inizialmente sconosciute a diventare compagni di viaggio, trasformando una sfida personale in un’occasione di relazione, confronto e aiuto reciproco.
È il ruolo comunitario e al tempo stesso catartico della Desert RATS Stage Race a rappresentare il cuore documentario. Alcuni partecipanti non riescono a terminare la gara, chi per il dolore ai piedi, chi per la fatica estrema, ma questo non viene raccontato come un fallimento. Il messaggio trasmesso è soprattutto nella consapevolezza che il successo non si raggiunge completando la sfida, ma in ciò che si impara e si crea lungo il percorso: le persone incontrate, le storie ascoltate, le emozioni vissute e la consapevolezza di aver dato tutto sono i veri elementi della vittoria. Si tratta di un chiaro esempio di come il senso di una grande sfida non coincida necessariamente con l’arrivo, ma con ciò che lascia a chi la compie.
Come avete avuto modo di leggere, sono diversi gli spunti di riflessione che possono emergere guardando A Long Way From Nowhere, molti dei quali possono risultare utili anche a chi, un giorno, volesse raccontare un proprio viaggio, una gara o una spedizione. Il primo riguarda l’importanza del luogo: il deserto, con il suo calore e la sua apparente infinitezza, si trasforma nella sfida stessa, diventando un personaggio a tutti gli effetti, con un ruolo attivo nel modificare sensazioni, pensieri e comportamenti. Il secondo riguarda la costruzione dei protagonisti e il modo in cui le interviste frontali possono essere integrate in maniera fluida alla narrazione. Infine abbiamo l’equilibrio tra viaggio fisico e viaggio interiore, un elemento fondamentale per far funzionare il racconto di una spedizione, di una gara o di un cammino, perché è fondamentale mostrare lo svolgimento pratico della gara, ma è altrettanto importante far emergere cosa cambia dentro durante il percorso.
A Long Way From Nowhere è un progetto piccolo, abbastanza di nicchia, ma proprio per questo interessante da osservare con attenzione, anche per chi non è interessato all’ultra-running. La gara di corsa diventa il pretesto per parlare di emozioni come paura, resistenza, fragilità, comunità e desiderio di sentirsi nuovamente vivi. Una prova fisica ai limiti del possibile utilizzata per far emergere qualcosa di estremamente umano.
Perché, alla fine, la vera sfida non è soltanto superare un limite, ma capire cosa quel limite rivela di noi una volta attraversato.
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Regia di Paul Scheuring, Chris Ward
Fotografia di James Adamson
Montaggio di Josh Dragge
Musiche di David Butterfield
Prodotto da Paul Scheuring, Chris Ward, Josh Dragge
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