Nelle ultime settimane, la figura di Anthony Bourdain è tornata alla ribalta grazie all’uscita al cinema di Tony - Diario di un giovane cuoco, pellicola diretta da Matt Johnson che racconta l’estate in cui, neanche ventenne, entrò nella cucina di un ristorante del Massachussets cominciando un percorso che diversi anni dopo gli avrebbe dato enorme fama, come chef in primis, ma anche come scrittore e showman della TV americana. Diciamo, allora, che il film ci consente di tornare alle origini della sua storia personale e del suo rapporto con il cibo, rappresentando un ottimo ingresso all’interno della sua vita. Ma c’è un’altra caratteristica che contraddistingue Bourdain: la grandissima passione per i viaggi, mostrata all’interno di quasi tutti i programmi televisivi a cui ha avuto modo di partecipare quando era in vita.
Già dalla sua prima apparizione televisiva, con il programma Viaggio di un cuoco, trasmesso da Food Network nei primi anni Duemila, e con Anthony Bourdain: Senza Prenotazione il legame indissolubile tra curiosità esplorativa e culinaria viaggiano come due rette parallele una al fianco dell’altra. La serie tv protagonista della newsletter di oggi segue proprio la direzione tracciata da questi due esempi precedenti, e abbiamo deciso di trattarla anche (e soprattutto) per la facile reperibilità con cui si possono guardare tutte le stagioni realizzate. Sto parlando, ovviamente, di Anthony Bourdain: Parts Unknown (in italiano, Cucine Segrete), la travel serie prodotta da Zero Point e trasmessa dalla CNN tra il 2013 e il 2018, per un totale di 12 stagioni e un centinaio di episodi.
Nel corso delle puntate, della durata di circa 60 minuti per un una, lo chef newyorkese esplora città, regioni e Paesi completamente diversi tra loro, spesso raggiungendo luoghi poco raccontati oppure tornando in destinazioni che pensavamo già di conoscere, ma osservandole da una prospettiva ben differente rispetto al classico viaggiatore. Al centro dei suoi viaggi troviamo la sua ragione di vita: il cibo e i rituali legati al mangiare, ma soprattutto le persone incontrate lungo il percorso che vengono chiamate, di volta in volta, a raccontare qualcosa del luogo che Bourdain sta attraversando. Insomma, Sky (dove potete trovare alcune) lo definisce un “viaggio appassionante tutto da gustare”, e dopo averlo guardato noi non possiamo che essere più d’accordo!
D’altronde, mangiare è una delle esperienze sensoriali che più permette di entrare in contatto diretto con una cultura nel momento in cui viene raggiunta una nuova destinazione da esplorare e conoscere. Significa scoprire ingredienti storici che probabilmente non avremmo mai assaggiato se non in quel luogo specifico, confrontarsi con abitudini e rituali completamente diversi dai nostri e, ancor più importante, osservare uno dei momenti più quotidiani della vita di ognuno di noi. La semplice azione di mangiare, o di conoscere un certo alimento, è il punto di partenza di Bourdain: un espediente a lui sicuramente molto vicino, qui sfruttato per dare un vero significato ai suoi viaggi. Infatti, da un piatto nascono conversazioni, dalle conversazioni una storia da raccontare e dalla storia si può comprendere molto della cultura e della società nella quale si è immersi (e ospiti).
E questo “appetitoso” pretesto con cui si entra in contatto con i locals è uno dei motivi per cui vi consigliamo Parts Unknown. La serie è in grado di sfruttare un elemento essenziale di qualsiasi viaggio per trasformarlo in una porta d’ingresso molto più ampia e sfaccettata. Bourdain non assaggia semplicemente le pietanze che ogni località può offrirgli per poter parlare del cibo o per poter raccontare i piatti più rappresentativi della cucina locale. Quello che gli interessa è comprendere come i sapori incontrati possano raccontare delle persone che li preparano e mangiano ogni giorno… comprendere come il cibo possa raccontare moltissimo di un popolo. Si finisce allora per parlare di storia, tradizioni, identità, società e politica, seguendo un percorso che parte praticamente sempre dalla tavola per allargarsi a tutto il Paese.
A rendere funzionale la serie c’è proprio il fatto che la sua sia per lo più ibrida. Parts Unknown passa infatti da un argomento, dal travel più tradizionale alla gastronomia, fino al documentario più classico e il racconto personale di reportage, ma lo fa avendo un proprio focus, un fil rouge che tiene unita la narrazione senza appesantire di informazioni superflue le puntate. A confermare questa eterogeneità di argomenti è anche la forte componente di imprevedibilità che domina la realizzazione delle puntate, perché per quanto ogni viaggio venisse preparato prima della partenza (e questo lo ha rivelato lo stesso Bourdain), molto del materiale nasceva direttamente da ciò che succedeva una volta arrivati sul posto. In questo modo un incontro, una conversazione o una storia ascoltata durante le riprese poteva cambiare completamente la direzione della puntata per portarla verso qualcosa di nuovo che non era nemmeno stato preso in considerazione prima. In questa maniera, la serie cambia spesso argomenti e approfondimenti, mantenendo comunque una sensazione di naturalezza e curiosità genuina, dando al viaggio stesso il “compito” di decidere che cosa vale la pena raccontare.
Ma quale è allora il filo rosso appena citato che fa da collante a tutta la serie? Il cibo penserete, e non è nemmeno sbagliato. Ma a tenere tutto insieme è naturalmente Bourdain con la sua presenza magnetica che va ben oltre la semplice conduzione/guida. Ogni puntata, ogni luogo, sono passati sotto il “setaccio” del suo sguardo, della sua curiosità e della sua voglia di conoscere, nonché nella personalissima modalità con cui entra in relazione con le persone incontrate. Si tratta, infatti, di viaggi autonomi (lui li definì addirittura “saggi”) l’uno dall’altro, generalmente accomunati dal cibo e dalle storie che nascono intorno agli alimenti, ma comunque “liberi” di prendere le direzioni più disparate e non pensate. Il risultato è un Bourdain-Virgilio che si fa punto di riferimento e continuità tra luoghi, argomenti e stili di racconto diversi.
In questo cambio continuo di approccio, anche la struttura narrativa gode di una grande libertà. E il motivo è ben chiaro: la realizzazione delle puntate non viene affidata sempre allo stesso regista. Nel corso della serie si alternano diversi nomi dietro la macchina da presa, come Tom Vitale (il nome più ricorrente), Morgan Fallon, Michael Steed, Nick Brigden, Asia Argento e molti altri, ognuno dei quali porta la propria sensibilità e il proprio modo di interpretare il luogo in cui si ritrovano. Fallon, ad esempio, ha raccontato di aver scelto per la puntata in West Virginia un approccio più semplice e documentaristico dopo aver lavorato a una puntata molto più “stilizzata” in Nigeria; Nick Brigden per Berlino ha costruito parte dell’estetica visiva riprendendo un film come Metropolis; Steed, lavorando a Newfoundland, ha lasciato spazio a momenti contemplativi e all’ambiente dominante. Ogni regista, quindi, si adatta al luogo visitato e alla storia che si intende raccontare.

Un altro aspetto della costruzione narrativa della serie è il modo in cui vengono costruiti gli incontri con le persone. Bourdain ricorre raramente alle interviste frontali da documentario classico, con il soggetto seduto davanti alla macchina da presa per parlare di sé o della propria cultura. Le conversazioni nascono per lo più mentre si sta svolgendo un’altra azione, ovviamente legata quasi sempre al mondo culinario: mentre si mangia, si cucina, si beve oppure, più semplicemente, quando ci si sposta. L’esempio più famoso di tutti è probabilmente l’incontro con Barack Obama ad Hanoi, avvenuto quando era ancora Presidente degli Stati Uniti: invece della classica intervista istituzionale-presidenziale, Bourdain sceglie una conversazione più amichevole all’interno di un piccolo locale, davanti a una ciotola di bún chả. Un approccio che ritroviamo anche con molte altre persone incontrate in giro per il mondo e che permette di far emergere le informazioni in maniera naturale, durante momenti di spontaneità che difficilmente sarebbero possibili all’interno di un’intervista più tradizionale.
Il primo grande insegnamento che possiamo portarci dietro da Parts Unknown riguarda allora la necessità di trovare un proprio punto d’accesso al luogo che vogliamo raccontare. Per Bourdain questo elemento è il cibo, perché gli permette di avvicinarsi alle persone, condividere qualcosa con loro e iniziare una conversazione da cui può nascere tutto il resto. Per qualcun altro potrebbe essere la fotografia, la musica, uno sport, un mestiere, una tradizione oppure qualsiasi interesse capace di creare un contatto reale con chi abita quella destinazione. Avere un punto di partenza riconoscibile aiuta soprattutto a non limitarsi alla superficie del luogo, fornendo una direzione da cui far crescere la storia.
Il secondo insegnamento, invece, riguarda la capacità di lasciare al viaggio la possibilità di poter modificare il modo in cui si era pensato di raccontarlo, sempre che sia efficace nel raccontare la propria storia. Parts Unknown dimostra quanto sia importante arrivare preparati, conoscere il luogo, individuare possibili persone da incontrare e avere già delle idee da seguire, mantenendo però abbastanza libertà da cambiarle quando quello che succede sul posto si rivela più interessante. E lo stesso discorso vale anche per la forma: se ogni destinazione ha persone, atmosfere e storie differenti, anche fotografia, ritmo e struttura possono inevitabilmente cambiare di conseguenza per trasmettere in maniera migliori certe sensazioni che si vogliono trasmettere. Il racconto, la storia, deve essere preparata, ma senza un’eccessiva rigidità che impedirebbe di prendere in considerazione quello che sta realmente succedendo davanti alla macchina da presa.
Insomma, tornare oggi a Parts Unknown, mentre Tony - Diario di un giovane cuoco ci riporta agli inizi della vita di Anthony Bourdain, permette di osservare con una prospettiva diversa tutto ciò che sarebbe arrivato negli anni successivi quell’aspirante scrittore finito poi per diventare uno degli chef più conosciuti negli Stati Uniti. Quel ragazzo entrato quasi per caso in una cucina avrebbe trasformato il cibo in qualcosa di molto più grande di una professione, utilizzandolo per attraversare il mondo e conoscerne persone, tradizioni e culture. Forse il lascito più interessante della serie riguarda proprio la sua capacità di aver trovato una propria e “gustosa” chiave personale per entrare in contatto con i luoghi e renderli significativi per chi guarda. Lasciando a chiunque guardi l’aquilina alla bocca non solo per le pietanze assaggiate, ma per la bellezza visitata.
E voi, qual è il piatto o il sapore che vi ha fatto davvero scoprire un luogo e o che ancora vi fa viaggiare con la mente?
GUARDA ANTHONY BOURDAIN: PARTS UNKNOWN SU YOUTUBE
Prodotta da Zero Point Production
Scritto da Anthony Bourdain
Trasmessa su CNN
Prodotta dal 2013 al 2018
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