Baraka
Il documentario che insegna un altro modo di viaggiare attraverso le immagini
Il Pianeta Terra, con la sua natura e la sua morfologia umana è un luogo straordinario. A questo proposito, ci si potrebbe porre una domanda: c’è sempre bisogno, quando intendiamo esplorarlo e scoprirne le bellezze, di raccontarlo con le parole? Non si può, con la sola potenza delle immagini e del linguaggio audiovisivo, creare una narrazione che si regge solo su stessa?
La maggior parte dei documentari di viaggio presenta una trama ben delineata, un percorso da seguire e una voce che guida lo spettatore, contestualizzando quello che vediamo e le culture in cui ci imbattiamo. In questo non c’è assolutamente niente di sbagliato, anzi. A volte, però, ci si imbatte in opere che hanno lasciato un segno nella memoria e nella storia proprio perché sono in controtendenza rispetto alla “normalità”. Tra i titoli che rientrano in questa categoria è impossibile non citare Baraka, documentario diretto da Ron Fricke nel 1992 e spesso annoverato tra i documentari di viaggio più magnifici e importanti mai realizzati. Sfortunatamente, il film non è disponibile in nessuna piattaforma streaming (anche se versioni non ufficiali circolano su YouTube), ma vi consigliamo di trovare un DVD/Blu-Ray per vederlo se ancora non lo avete recuperato.
Baraka travolge lo spettatore soltanto grazie alle sue splendide immagini, visto che per tutta la durata della visione non viene pronunciata una sola parola. Nessun dialogo, nessuna intervista, nessuna voce narrante: solo immagini e musica. Il titolo deriva dalla parola araba baraka, traducibile come “benedizione” o “grazia divina” (la grazia divina intrinseca della Terra e dell’uomo?) e riprende la linea che Fricke aveva già tracciato come direttore della fotografia di Koyaanisqatsi, primo capitolo della trilogia qatsi di Godfrey Reggio.
Il documentario è stato girato in 154 luoghi distribuiti in 24 Paesi dei sei continenti, attraversando templi, deserti, metropoli, foreste, vulcani, monasteri e culture tra loro lontanissime. In questo modo costruisce un viaggio che rifiuta l’approccio tradizionale del documentario per affidarsi esclusivamente alla forza delle immagini e del linguaggio cinematografico. Ma sapete qual è la cosa straordinaria? Che il significato del film, in un certo senso, dipende quasi esclusivamente dalla percezione dello spettatore. A un primo sguardo, ciò che scorre davanti agli occhi sembra una successione sconnessa di immagini tecnicamente e qualitativamente spettacolari. Una qualità permessa dal fatto che Baraka è stato girato nel formato Todd-AO da 70 mm, per poi essere restaurato (ed è il primo film della storia in ciò) e scansionato in 8K. Ma nelle sue pieghe, questa stupefacente analisi terrestre, nasconde una struttura ben precisa.
L’obiettivo di Fricke non è mostrare semplicemente delle immagini del globo, ma costruire un ritratto corale degli ecosistemi naturali e umani che lo abitano, lo venerano, lo trasformano e, oggi più che mai, lo feriscono. Quest’ultimo punto è importantissimo quando parliamo di approccio al documentario, dato che il rischio è sempre quello di mettere in scena un punto di vista unilaterale, tendente a esaltare il soggetto. Però, se si vuole costruire un racconto completo, si deve fare un passo oltre e mostrare anche ciò che non è edificante e che mette in discussione l’argomento che trattiamo.
Baraka, sicuramente, evita questa trappola. Accanto alla spiritualità dei riti, alla maestosità dei paesaggi e alla bellezza delle culture indigene, non tardano a comparire anche incendi, disboscamento, fabbriche, allevamenti intensivi, città soffocate dal traffico e immagini legate all’Olocausto. Tutte tracce che mostrano l’uomo non solo come creatore di culture e bellezza, ma anche come presenza capace di entrare in contrasto con la natura, la pace e la vita stessa. Un detonatore che, per quanto affascinante, rischia di mettere a repentaglio tutto un ecosistema retto su un fragilissimo equilibrio.
Se non è presente una voce narrante (o semplicemente un protagonista), uno degli strumento che consente allo spettatore di generare pensiero, e quindi interpretazione, è il montaggio. Un volto può essere accostato senza continuità apparente a una maschera, un tempio, una fabbrica, un soldato o una città soffocata dal traffico. Il senso delle immagini concatenate l’una all’altra nasce in quel brevissimo spazio, quasi impercettibile all’occhio, tra un’inquadratura e quella successiva. Fricke non dice mai allo spettatore cosa deve pensare: gli offre immagini, connessioni, contrasti, e lascia che sia lui a completare il significato.
Proprio per questo Baraka racchiude dentro di sé un messaggio universale e senza tempo. Gli strumenti del cinema (timelapse, ralenti e fluidissimi movimenti di macchina) consentono di trasformare la visione in un’esperienza psicologico-sensoriale, che spinge chi guarda ad andare oltre la semplice bellezza delle immagini. Queste, infatti, non hanno un ruolo puramente decorativo: il regista non propone “semplici” (mica tanto, visto le tipologie di riprese che vediamo) cartoline in movimento dei diversi angoli della Terra, ma sequenze che aprono domande nella testa dello spettatore. Domande che possono essere diverse per ognuno.
Questo documentario sui generis, così come il suo (ideale) seguito Samsara (2011), dimostra come sia possibile realizzare un documentario dal fortissimo tema centrale pur senza una voce narrante, o un protagonista, che guidi il racconto. Qui è lo spettatore a decidere il significato delle immagini. Il viaggio non segue un personaggio che dal punto A deve recarsi al punto B: a viaggiare, in Baraka, è lo spettatore stesso, che si aggira tra gli ecosistemi umani e naturali del pianeta, attraversando continenti, culture, epoche e contraddizioni.
Ed è proprio questa la lezione più interessante per chi realizza video di viaggio. Un documentario può esistere anche senza appoggiarsi sui suoi strumenti più tradizionali: una voce narrante, un protagonista da seguire, interviste o dialoghi. A tenere insieme il film possono essere le immagini, il montaggio, il suono, il ritmo e un tema centrale forte. Per chi racconta il mondo attraverso il video, il promemoria è che non esiste un solo modo di far viaggiare lo spettatore. A volte possiamo guidarlo con le parole, altre volte possiamo lasciarlo libero di trovare il proprio significato dentro le immagini.
I documentari migliori sono quelli che aprono domande e continuano a far riflettere anche dopo la fine della visione. Baraka non smette mai di porre l’uomo davanti alla propria condizione: al suo fascino, alla sua spiritualità, alla sua capacità di creare bellezza, ma anche alla violenza con cui può ferire il mondo che abita. Un giro del mondo in un’ora e mezza, perché se Emilio Salgari riusciva a far viaggiare i lettori senza muoversi mai da casa, Ron Fricke compie qualcosa di simile attraverso le immagini: ci permette di attraversare il pianeta restando seduti davanti a uno schermo.
Perché, alla fine, il grande cinema di viaggio serve anche a questo: ricordarci che non sempre è necessario partire fisicamente per sentirsi altrove. A volte basta guardare nel modo giusto.
Regia di Ron Fricke
Fotografia di Ron Fricke
Montaggio di Ron Fricke, Mark Magidson, David E. Aubrey
Musiche di Michael Stearns
Prodotto da Mark Magidson
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