Free Solo
Questo è il fascino del free solo: sentirsi sicuri facendo qualcosa che sembra difficile e pericoloso
Immaginate di trovarvi davanti a una parete di granito alta quasi mille metri. Ecco, dovreste scalarla senza corde, senza imbragature e senza alcun sistema di sicurezza. A mani nude, affidandovi soltanto alla forza del vostro corpo e alla precisione di ogni singolo movimento. Tutti questi pensieri, e altri mille ancora, sono passati nella testa di Alex Honnold, arrampicatore statunitense che il 3 giugno 2017 è diventato il primo uomo a scalare in free solo El Capitan, la monumentale formazione rocciosa situata nel Parco Nazionale di Yosemite, negli Stati Uniti.
La prima scalata a mani nude di questa iconica parete è al centro di Free Solo, documentario realizzato nel 2018 da Jimmy Chin, che abbiamo già incontrato in 14 vette: scalate ai limiti del possibile, ed Elizabeth Chai Vasarhelyi. Disponibile in streaming su Disney+, il film, vincitore del Premio Oscar come miglior documentario, mostra non soltanto la realizzazione della straordinaria impresa compiuta da Honnold, ma soprattutto la lunga fase di preparazione fisica e mentale necessaria per portarla a termine.
Infatti, si tratta di un film che utilizza il miracolo sportivo di Alex per allargare lo sguardo sulla disciplina che questo sport estremo richiede, sia da un punto di vista fisico che anche mentale. Non intendiamo parlarvene solo per sottolineare le gesta di Honnold, ma per il modo in cui riesce a costruire una narrazione dal livello di tensione sempre crescente. Free Solo si presenta infatti come un ottimo esempio di storytelling adrenalinico ed estremo, proprio per il modo in cui costruisce la suspense intorno all’impresa. Ma partiamo dal principio.
Honnold è uno dei più celebri interpreti al mondo del free solo, disciplina estrema che prevede la pratica dell’arrampicata senza alcun tipo di protezione. Da anni sogna di diventare il primo uomo a scalare con questa tecnica una delle pareti rocciose più difficili e iconiche del mondo: El Capitan, nel Parco nazionale di Yosemite. Se concentrare l’attenzione esclusivamente sulla scalata avrebbe già reso il documentario ricco di adrenalina e tensione (la parete fa paura soltanto a guardarla), i registi scelgono invece di adottare un approccio più ampio, capace di raccogliere tutte le emozioni che attraversano Honnold durante la preparazione dell’impresa. In questo modo, lo spettatore ottiene diversi punti di accesso al protagonista e al modo in cui approccia la vita e lo sport, sia sul piano privato sia su quello professionale.
La scelta di indagare l’Alex-persona, e non soltanto l’Alex-atleta, consente di ottenere un punto di vista privilegiato sulla missione e di creare una forte vicinanza con lui. Si tratta di un approccio in punta di piedi all’interno del suo mondo, che permette di mantenere viva l’attenzione anche di chi non è interessato esclusivamente al free solo. I due registi costruiscono così un ritratto a 360 gradi del protagonista, partendo dal rapporto con i genitori per poi trasportarci nel suo modo di vivere metodico e, come lui stesso lo definisce, cinico. Scopriamo il suo passato e la sua personalità introversa, che trovano la loro massima espressione proprio nella libertà e nella solitudine assoluta della scalata senza protezioni.
Alex riesce a esprimersi pienamente soprattutto attraverso l’arrampicata, mentre le sue difficoltà emergono quando deve parlare dei propri sentimenti. Per accedere alla sua interiorità diventa fondamentale la figura della fidanzata Sanni McCandless, impegnata a far emergere una parte del ragazzo che lui stesso fatica a mostrare. La presenza di Sanni introduce così un conflitto completamente diverso da quello fisico: Honnold ha sempre messo il free solo davanti a qualsiasi altra cosa e, se la madre ha imparato a sostenerlo comprendendo che fosse il modo migliore per dimostrargli affetto, la fidanzata rappresenta il contraltare che teme realmente per la sua vita.
Nei primi due terzi del film vediamo quindi il protagonista confrontarsi con Sanni, con la troupe e (a maggior ragione) con se stesso. È soltanto nell’ultima parte che l’attenzione inizia a concentrarsi quasi interamente sulla salita di El Capitan. Arrivando al termine di questo percorso introspettivo, la montagna si presenta così come il punto di arrivo di un cammino personale prima ancora che sportivo.
Probabilmente il documentario concede fin troppo spazio al punto di vista di Sanni, ma la sua presenza rimane fondamentale perché mette in evidenza un aspetto spesso trascurato nei racconti di questo tipo. Se inizialmente può sembrare soltanto un ostacolo all’impresa, diventa invece il personaggio attraverso cui lo spettatore è portato a interrogarsi sul prezzo che una passione tanto estrema può avere per le persone che ci stanno accanto.
L’equilibrio del film si gioca quindi tra dimensione sportiva e dimensione umana. Se questa è una scelta adottata da molti documentari d’avventura, la vera novità di Free Solo risiede nell’attenzione dedicata alla preparazione dell’impresa, più che alla scalata finale di El Capitan. Sopralluoghi, allenamenti, prove, infortuni, ripetizioni ossessive dei movimenti e studio della parete occupano gran parte del racconto, così come la preparazione mentale, che mostra, dietro la maschera dello sportivo impavido, un ragazzo profondamente consapevole dei rischi che sta correndo. Lo vediamo perfino interrompere un primo tentativo perché non si sente mentalmente pronto. Ed è proprio questa scelta, pur conoscendo l’esito positivo dell’impresa, a generare una tensione palpabile minuto dopo minuto.
La stessa tensione narrativa accumulata fino al climax finale viene rafforzata da un lavoro di regia estremamente efficace. I continui campi lunghissimi mostrano Alex come un minuscolo punto rosso stagliato sull’immensità di El Capitan, restituendo tutta la sproporzione tra uomo e montagna e valorizzando, allo stesso tempo, la spettacolarità dello Yosemite. A queste immagini si alternano primissimi piani e dettagli delle mani, dei piedi e dei minuscoli appigli disponibili, ricordandoci che quella distanza immensa dipende, in realtà, da movimenti millimetrici. Basta un solo errore, una presa sbagliata o un attimo di esitazione per compromettere tutto. Per questo, anche conoscendo il finale, è impossibile non trattenere il fiato durante la scalata.
Un’altra scelta attraverso cui il documentario costruisce tensione, probabilmente la più interessante, consiste nel non nascondere mai la presenza della troupe, mostrando invece il ruolo attivo che ricopre durante le riprese. Jimmy Chin e gli altri operatori diventano parte integrante della narrazione, offrendo un doppio spunto di riflessione. Da una parte emerge il loro disagio nel filmare un uomo che potrebbe morire davanti ai loro occhi; dall’altra, il timore che la loro stessa presenza possa influenzare Alex nei momenti più delicati della scalata.
Nasce così un dilemma etico raramente affrontato con tanta sincerità nei documentari d’avventura: fino a che punto può spingersi la macchina da presa? Quanto la sua presenza è davvero invisibile e quanto, invece, rischia di modificare la realtà che sta cercando di raccontare?
Questa scelta rende Free Solo immediatamente riconoscibile rispetto a molti altri documentari, perché porta in primo piano ciò che normalmente viene nascosto. La troupe diventa visibile e ne vengono mostrati i dubbi, le responsabilità e il coinvolgimento emotivo, ricordandoci come il documentario sia anche, e soprattutto, il racconto dello sguardo di chi lo realizza. Se la troupe è nervosa, inevitabilmente lo diventa anche la narrazione. E con essa cresce, in maniera naturale, il coinvolgimento dello spettatore.
In fondo, l’insegnamento più importante offerto dal film non riguarda soltanto il modo di raccontare una missione apparentemente impossibile. È soprattutto una lezione sulla costruzione del personaggio e, di conseguenza, sulla tensione sviluppata intorno a lui e a un evento di cui conosciamo già l’esito positivo. Non servono continui colpi di scena quando il pubblico comprende davvero cosa c’è in gioco, quali sacrifici sono stati necessari e quanto sia sottile il confine tra successo e tragedia.
Quando conosciamo la posta in gioco, il percorso e il background che hanno portato un protagonista a inseguire una sfida tanto estrema, anche un finale già noto può diventare profondamente drammatico e quasi insostenibile da guardare, purché il racconto riesca a rendere chiaro il conflitto interiore del protagonista, proprio come accade splendidamente in Senna di Asif Kapadia.
Regia di Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi
Fotografia di Jimmy Chin, Clair Popkin, Mikey Schaefer
Montaggio di Bob Eisenhardt
Musiche di Marco Beltrami
Prodotto da Elizabeth Chai Vasarhelyi, Jimmy Chin, Shannon Dill e Evan Hayes
VUOI IMPARARE A RACCONTARE STORIE DI VIAGGIO? ISCRIVITI ALLA TRAVEL FILM SCHOOL




