Giovanni Soldini - Il mio giro del Mondo
Noi pensiamo che l’uomo possa controllare tutto, ma non è così e ce ne accorgiamo quando la natura decide di dare una “scrollatina”. Lì ci rendiamo conto della vera dimensione umana
Realizzare cinque volte il giro del mondo non è un’impresa già impressionante di per sé? Ma allora perché rimettersi in viaggio per tentarlo una sesta volta? Per Giovanni Soldini, la risposta è essenzialmente una: la passione. Milanese di nascita, ma figlio del mare per scelta, il velista che si autodefinisce un “marinaio” continua a vedere il viaggio come un mezzo per scoprire nuovi luoghi, nuove culture e comprendere realmente il rapporto tra uomo e natura. Una passione che, quarant’anni dopo il primo viaggio, ci permette di accedere alla sua storia con l’entusiasmo di un bambino.
È proprio la curiosità e l’animo esuberante del velista a guidare lo spettatore in Giovanni Soldini - Il mio giro del mondo, il film documentario girato durante la circumnavigazione compiuta tra l’ottobre 2022 e il gennaio 2024 a bordo del Maserati Multi70. Realizzato nel 2025 da Sydney Sibilia e disponibile in streaming su Prime Video, si tratta di un documentario particolarmente interessante per il modo in cui trasforma il viaggio di Soldini in un’occasione per parlare del suo passato, del suo impegno presente e delle sue speranze future.
Il viaggio parte a La Spezia, dove il Maserati Multi70 salperà per un’avventura della durata di circa 16 mesi in cui verranno toccate le acque di Mediterraneo, Atlantico, Pacifico, Caraibi e dell’Oceano Indiano, alternando lunghe traversate alla partecipazione ad alcune tre le più importanti competizioni internazionali via mare. Lo spirito di competizione e la voglia di infrangere record di velocità hanno sempre stimolato Soldini nelle sue imprese (è stato il primo italiano a vincere un giro del mondo in solitaria) ma a muoverlo in quest’ultimo viaggio è soprattutto un profondo amore per la natura che lo ha portato a impegnarsi nella difesa e salvaguardia degli oceani.
Il suo sesto giro del mondo, infatti, si propone come una missione ambientale piuttosto che semplicemente sfida personale e sportiva. Il Maserati Multi70 è stato trasformato in un mezzo full electric capace di produrre autonomamente l’energia necessaria alla navigazione e di raccogliere dati relativi a salinità, CO2 e temperatura dell’acqua, mettendoli a disposizione della comunità scientifica. Durante la traversata, Soldini utilizzerà i dati raccolti per fornirli ai circa 30 scienziati ed esperti di salvaguardia ambientale che incontrerà lungo le tappe del suo giro del globo, confrontandosi e affrontando gli effetti del cambiamento climatico sia sul piano naturale sia su quello sociale.
Non solo. Il viaggio al fianco di Sibilia diventa anche l’occasione per ripercorrere la formazione di una persona che, dall’età di 16 anni, ha costruito la propria vita intorno al mare. Ed è proprio Soldini uno dei principali motivi per cui il documentario merita di essere visto: oltre a guidare il racconto con la propria voce, è la contagiosa passione con cui parla del mondo che intende difendere a portare lo spettatore dentro il suo giro del mondo, geografico e personale. Il regista concentra l’attenzione sulle sue parole, sulle sue sensazioni e sugli eventi che lo hanno portato a diventare quello che è oggi, mettendo in una posizione privilegiata i momenti di difficoltà. Sono questi eventi ad averlo plasmato maggiormente, per cui vengono sì ricordate le vittorie e i record infranti, ma la centralità è dedicata alle situazioni in cui le cose non vanno come programmato e che hanno permesso di farlo maturare sia come uomo che come navigatore.
Le prime navigazioni in solitaria, gli incidenti durante le competizioni, la morte di un amico compagno di equipaggio e la gestione degli imprevisti in mezzo all’oceano. Tutti questi sono momenti di rottura che, oltre a essere cinematograficamente più avvincenti, gli hanno permesso di costruirsi una solida esperienza e di diventare la persone che è oggi, oltre a essere un punto di riferimento per coloro che si approcciano al mondo della vela.
Evidenziando i momenti di maggiore umanità della sua carriera, come il salvataggio di Isabelle Autissier durante l’Around Alone, il documentario evita di costruire il ritratto dell’ennesimo esploratore invincibile. Sibilia vuole restituirci il Soldini-uomo, caratterizzato anche dalle paure e dalle situazioni di maggior pericolo, proprio quelle in cui si rende conto che, quando la natura decide di prendere il sopravvento, i poteri dell’essere umano sono miseri. Verso il finale questo concetto viene ribadito con fermezza, facendo emergere il vero tema di fondo del documentario: la reale dimensione dell’uomo rispetto alla potenza della natura e le speranze di Soldini per il futuro dell’ambiente.
Noi pensiamo che l’uomo possa controllare tutto, ma non è così e ce ne accorgiamo quando la natura decide di dare una “scrollatina”: un terremoto, una siccità, un’inondazione. Lì ci rendiamo conto della vera dimensione umana, che non è quella di dominare, conquistare, sfruttare: l’uomo non domina nulla. La speranza è nell’intelligenza dell’uomo. Nella scienza, nella tecnologia e nell’intelligenza… alla fine l’uomo è abbastanza intelligente, bisognerà vedere se vuole usare questa intelligenza o vuole continuare a fare delle cose stupide.
Rimane, comunque, un piccolo vuoto nella narrazione. Se l’obiettivo è mostrare il lato umano di Soldini raccontando il rapporto con il mare, i compagni di viaggio e le persone che hanno influenzato il suo percorso, quello che manca è la sua dimensione più intima e familiare. Se possiamo conoscere il fratello Silvio (regista, tra gli altri, di Le assaggiatrici e Pane e tulipani), sappiamo poco del resto della famiglia e per questo una maggiore introspezione avrebbe potuto arricchire il ritratto del protagonista e mostrare meglio il rapporto tra chi trascorre una vita sull’acqua e chi rimane sulla terraferma.
A funzionare nel documentario è la capacità di far convivere diversi registri narrativi (sportivo, umano e sociale) e temporali (passato, presente e futuro). Questa scelta permette al documentario di non proporsi come un semplice racconto biografico e di essere piuttosto una sorta di diario per immagini in movimento. Sono livelli differenti che si intersecano avendo il viaggio come filo conduttore: mentre seguiamo Soldini sulla barca, un luogo può diventare l’occasione per recuperare un ricordo legato a quella rotta oppure per affrontare un problema contemporaneo. A Lanzarote, ad esempio, si parla dei livelli di CO2 in mare; negli Stati Uniti Soldini incontra un suo vecchio professore di scienze; a Puerto Rico il cambiamento climatico viene collegato alle disuguaglianze sociali; nel Canale di Panama l’attenzione si sposta sull’enorme quantità di acqua dolce necessaria al funzionamento dell’infrastruttura.
Il risultato è un viaggio lungo circa 30.000 miglia che non rappresenta soltanto un’esperienza da documentare, ma diventa la struttura stessa attraverso cui vengono organizzati gli argomenti del film. Il continuo avanti e indietro tra passato e presente permette di alternare le immagini girate durante il viaggio a quelle d’archivio che documentano le precedenti esperienze di Soldini. A fare da collante a questi due piani è poi l’intervista con il regista, la vera spina dorsale del racconto che permette di trasportarci indietro negli anni, mentre il montaggio lo asseconda nella scelta delle immagini e nel cambio di ritmo sulla base di ciò che accade in mare: più disteso nei momenti riflessivi e molto più concitato durante le regate e gli imprevisti. Presente e passato, riprese della troupe e immagini di repertorio si alternano così continuamente per far avanzare sullo stesso piano storia personale e il viaggio attuale.
Oltre a organizzare il racconto attraverso materiali differenti, un insegnamento particolarmente utile che Giovanni Soldini - Il mio giro del mondo restituisce riguarda l’importanza di saper costruire narrazione e ritmo mentre il viaggio è ancora in corso e soprattutto non siamo noi a “controllarlo”. Seguendo direttamente il protagonista durante la sua avventura, chi riprende diventa parte dell’equipaggio e ciò comporta l’utilizzo di attrezzatura leggera che non interferisca con le attività della barca e che sia in grado di adattarsi alle condizioni e agli eventi che si presentano. Questo vale, soprattutto qui, nella gestione del sonoro: velocità, vento e acqua rendono difficile ottenere registrazioni sempre pulite, aumentando l’importanza del sound design e della colonna sonora per accompagnare e dare ritmo anche alle sequenze più caotiche.
Alla fine, ciò che continua a spingere a spingere Soldini nelle sue avventure sono le stesse sensazioni che lo hanno portato ad andare via dalla grigia Milano degli anni Ottanti per avventurarsi nel blu dei mari e degli oceani. La passione sconfinata per l’esplorazione, l’adrenalina per la velocità e l’amore per il futuro del nostro pianeta sono ciò che lo hanno portato ad avere una consapevolezza sempre maggiore del rapporto tra uomo e natura. Ed ecco che il messaggio ambientale promosso dal documentario è l’imperativo che non dobbiamo dominare la natura, ma conoscerla, studiarla e rispettarla. Quella che vediamo in questo documentario non è solo un’esplorazione fisica delle acque, ma un giro nella visione del mondo di Soldini… e non c’è dimostrazione più chiara di come un’avventura personale e sportiva possa essere utilizzare per osservare i luoghi che attraversiamo e l’impatto che l’uomo ha su di essi (vi consigliamo, a questo proposito, di recuperare la puntata di ConverseRai Giovanni Soldini - Sulla rotta della sostenibilità).
GUARDA GIOVANNI SOLDINI - IL MIO GIRO DEL MONDO SU PRIME VIDEO
Regia di Sydney Sibilia
Sceneggiatura di Emanuele Cava, Shadi Cioffi, Tommaso Franchini
Fotografia di Valerio Azzali
Montaggio di Marco Guelfi
Musiche di Mokadelic
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