Il cammino per Santiago
"La vita non si sceglie, papà. La si vive"
Nel 2025 sono state circa 530.000 le persone che hanno compiuto il Cammino di Santiago, quasi tutte mosse da una profonda spinta religiosa, spirituale, intima o personale. Nessuna di queste motivazioni, però, è quella che spinge Tom Avery, protagonista de Il cammino per Santiago (The Way), film del 2010 diretto da Emilio Estevez e interpretato da Martin Sheen (padre del regista), disponibile gratuitamente su RaiPlay.
Tom è un affermato e benestante oftalmologo statunitense che divide le proprie giornate tra visite oculistiche e partite a golf con gli amici. La sua routine viene spezzata quando scopre della morte del figlio Daniel, travolto da una tempesta sui Pirenei durante la prima tappa del Cammino di Santiago. Raggiunta la Francia per recuperarne i resti, invece di tornare subito nella sua rassicurante vita californiana, decide di caricarsi sulle spalle lo zaino del figlio e completare il pellegrinaggio al posto suo, disperdendone le ceneri lungo il percorso. Tutto questo, al fianco di tre improbabili compagni di viaggio: Joost, un olandese partito per cercare di perdere peso; Sarah, partita dal Canada per smettere di fumare (chissà che sia veramente questo il motivo) e Jack, uno scrittore irlandese in cerca di ispirazione per il suo prossimo libro.
Fin dai primi minuti emerge il difficile rapporto tra padre e figlio, segnato da due visioni del mondo opposte: razionalità contro istinto, sicurezza contro esplorazione, controllo contro libertà. Questa scelta narrativa genera immediatamente una domanda destinata ad accompagnare tutto il film: come arriverà Tom alla fine del Cammino? Sarà ancora l’uomo che abbiamo conosciuto all’inizio oppure il viaggio lo avrà trasformato?
Il film parte quindi da una motivazione tragica e del tutto estranea allo spirito con cui milioni di pellegrini affrontano il Cammino. Tom non parte per ritrovare sé stesso né per vivere un’esperienza spirituale: parte soltanto per permettere al figlio di concludere simbolicamente il viaggio che non ha potuto terminare. Ed è proprio questa distanza iniziale a rendere il racconto così interessante. Il motore della storia non è infatti il desiderio del protagonista, ma il Cammino stesso, con la sua capacità di mettere lentamente in crisi chiunque decida di attraversarlo.
È proprio qui che il film trova la sua intuizione migliore. La narrazione cerca di assumere il ritmo del pellegrinaggio, costruendosi attraverso tappe, incontri, silenzi e ripetizioni quotidiane. Tom rappresenta il nostro punto di ingresso, ma la vera forza narrativa nasce dalla strada: dal tempo dilatato, dalle regole implicite del Cammino, dagli sconosciuti che si incontrano e dalla progressiva esposizione dei personaggi gli uni agli altri. Più che raccontare un uomo, Il cammino per Santiago racconta il potere trasformativo di un luogo.
Quando segue questa intuizione, il film funziona molto bene. Il paesaggio non è un semplice sfondo, ma diventa un elemento attivo del racconto. Le lunghe camminate, la ripetizione dei gesti, il rapporto continuo tra il corpo e il territorio trasformano il Cammino in un vero personaggio, capace di modificare lentamente chi lo percorre. È una lezione preziosa per chiunque voglia raccontare un viaggio: a volte è il luogo a guidare la narrazione, non il protagonista.
I problemi emergono soprattutto nell’ultima parte, quando il film sembra fidarsi meno della forza del percorso e più del bisogno di spiegare il cambiamento dei personaggi. Emerge così, nella seconda parte del film, una troppo marcata messa in scena didascalica nella risoluzione psicologica dei personaggi, la quale porta sullo schermo certe inquadrature più scenografiche che significative, oppure il gruppo che in maniera quasi improvvisa appare perfettamente affiatato dopo le frizioni dell’inizio. Persino la fatica fisica del Cammino sembra scomparire e sappiamo quanto le difficoltà fisiche lungo il cammino possano svolgere un ruolo narrativo centrale.
Il risultato è una rappresentazione più ordinata e meno autentica rispetto alla naturalezza costruita fino a quel momento.

L’evidenza maggiore di questo limite arriva nel finale, quando le motivazioni profonde dei pellegrini vengono progressivamente rivelate quasi una dopo l’altra (la scena finale quando sono affacciati sull’oceano). Ogni personaggio trova il proprio momento di confessione, mentre le immagini rincorrono composizioni molto simboliche e fortemente emotive. Dopo aver costruito con pazienza una trasformazione fatta di piccoli gesti e silenzi, il film sente improvvisamente il bisogno di spiegare tutto. Il finale funziona sul piano emotivo, ma risulta più retorico della prima parte proprio perché smette di fidarsi della forza del Cammino.
Nonostante questi limiti, Il cammino per Santiago rimane fondamentale per chi ama il cinema di viaggio e per chi lavora in questo ambito. Mostra come un territorio possa diventare il vero protagonista della storia e come il tempo, il movimento e gli incontri possano sostenere da soli un intero arco narrativo. Ma dall’altra faccia della maglia, si presenta anche come un importante promemoria: quando si racconta un viaggio, non sempre serve spiegare la trasformazione dei personaggi, dato che spesso basta osservare ciò che la strada fa emergere naturalmente.
È questa la lezione più preziosa che lascia il film. Un luogo iconico come il Cammino di Santiago possiede già una forza narrativa enorme e pertanto il compito del regista non è quello di riempirlo di ulteriori significati, ma avere il coraggio di fidarsi del percorso. Più lascia parlare la strada, meno avrà bisogno di spiegare ciò che il viaggio ha cambiato nei suoi personaggi. Ed è proprio in questo equilibrio tra osservazione e racconto che nasce il miglior cinema di viaggio.
Regia di Emilio Estecez
Scritto da Emilio Estevez
Fotografia di Juanmi Azpiroz, Anthony Von Seck, Emilio Estevez
Montaggio di Raúl Dávalos, Richard Chew
Musiche di Tyler Bates
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