Il treno per il Darjeeling
"Abbiamo l'occasione di fare di questo viaggio un'esperienza che ci cambierà la vita e ne abbiamo bisogno!"
Un uomo d’affari corre per le strade indiane. Arrivato alla stazione, il treno gli parte sotto gli occhi. Prova a rincorrerlo, ma viene superato da un altro uomo che riesce a lanciare le proprie valigie e a salirci in tempo. In questo modo veniamo scaraventati dentro Il treno per il Darjeeling, quinto lungometraggio di Wes Anderson realizzato nel 2007. Disponibile su Disney+ e Netflix, il film racconta il viaggio “spirituale”, fisico e interiore compiuto in India da tre fratelli nella speranza di ricucire il loro rapporto dopo la morte del padre, avvenuta l’anno precedente.
Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman) sono tre fratelli che non si parlano da più di un anno e che si ritrovano su un treno indiano, il Darjeeling Limited, con un obiettivo chiaro: ritrovare il rapporto perduto e quella fratellanza che sembra essere svanita con il lutto del padre. Un “viaggio spirituale”, come viene più volte definito, organizzato nei minimi dettagli dal fratello maggiore Francis. Templi e rituali più o meno sobri sono scanditi al secondo, dando forma a un itinerario apparentemente ben organizzato per guarire insieme la loro ferita interiore. Eppure, si scopre che il problema non è solo l’elaborazione del lutto, ma la difficoltà dei fratelli a fidarsi l’uno dell’altro. I tre non sembrano in grado di parlarsi apertamente, ma Anderson riesce a trattare questa distanza con il suo tipico tono surreale e ironico.
Come spesso accade nel cinema di questo regista, l’attenzione è per lo più concentrata sui personaggi, sulle loro scelte e sul modo in cui le loro fragilità emergono nei piccoli conflitti quotidiani e nelle rivelazioni spiazzanti. Francis, da buon fratello maggiore, cerca invano di tenere tutto sotto controllo, ma solo perché vorrebbe controllare anche il modo in cui lui e i suoi fratelli dovrebbero superare il trauma. Peter sembra essere sospeso tra il dolore del lutto e la paura di affrontare la vita adulta: sta per diventare papà, ma conserva gli oggetti appartenuti al genitore (tra tutti, gli occhiali) come se volesse rimanere legato a un passato che non riesce a superare. Jack si rifugia nella malinconia, nella scrittura di racconti e in relazioni insolite per superare (anche) la fine del rapporto con la fidanzata, la stessa che vediamo interpretata da Natalie Portman nel cortometraggio (prologo del film) Hotel Chevalier e in un cameo all’interno del film.
A rendere Il treno per il Darjeeling un film di viaggio interessante è il modo in cui mette subito in discussione l’idea che basti partire con l’obiettivo di riconciliarsi per risolvere i propri problemi. L’itinerario dei tre fratelli lungo l’India, tra deserti, profumi di spezie e piume di pavone, non viene raccontato come un’esperienza automaticamente trasformativa, anzi. Non basta raggiungere un luogo lontano dal quotidiano o dichiarare semplicemente la volontà di cambiare per far sì che la situazione migliori. Il film smonta completamente quest’idea concentrandosi sul fallimento delle intenzioni iniziali. L’organizzazione maniacale del tragitto, pensata come il filo capace di tenere uniti i fratelli e di guidarli verso la riconciliazione, viene continuamente messa in da un fattore che sembra non aver considerato: la realtà. Tra piccole liti in stile cartoon, qualche azione discutibile e un sorso di sciroppo per la tosse, i fratelli Whitman sono “costretti” ad affrontare quello che li circonda e a farsi attraversare dalle esperienze vissute.
Fondamentale è anche il mezzo di trasporto utilizzato, trattato in maniera differente rispetto a Little Miss Sunshine. Non più un furgoncino sgangherato che, nella sua fisicità, rappresentava la condizione interiore degli Hoover e che veniva comunque governato e spinto da loro, ma un treno. Lo spazio angusto dei corridoi e della cabina in cui dormono costringono Francis, Peter e Jack a condividere tempi, silenzi e qualche segreto.
Il mezzo di trasporto è poi lo spazio in cui Francis attua il suo “piano”. Uno spazio chiuso scandito da tappe e orari, utilizzato per costringere Peter e Jack a restare sempre con lui e seguire il percorso spirituale che ha organizzato. Proprio questa rigidità, però, fa emergere quanto i tre siano ormai distanti l’uno dall’altro, e quando il piano va in frantumi e vengono cacciati dal mezzo e lasciati nel deserto la situazione cambia: non sarà più l’itinerario a guidarli, ma gli eventi e qualche altro piccolo segreto che li obbligheranno a confrontarsi veramente.
Il film funziona non solo per la capacità di Anderson di trasportare con leggerezza e ironia una storia profonda e dolorosa, ma perché si basa su questo conflitto tra il tragitto programmato, fatto di tappe e rituali che dovrebbero (non si sa come) aiutare i personaggi, e gli eventi reali, spesso improvvisi e traumatici, che li costringono a uscire dalla loro armatura. Emblematica è la scena del fiume in cui si lanciano per salvare dei bambini: dopo essere stati cacciati dalla loro carrozza, questa si presenta come la prima “prova reale” non programmata e incontrollabile: una situazione che li obbliga ad affrontare la realtà e a non scappare, come hanno sempre tentato di fare fino a quel momento. Paradossalmente, è qui che emerge quell’esperienza spirituale che tanto ricercavano, dato che si presenta come la prima occasione in cui entrano a contatto con la perdita e la fragilità della vita.
Così il viaggio, come un buon racconto dovrebbe fare, smette di essere un mero spostamento e si trasforma in un’esperienza umana. I tre fratelli si evolvono nel momento in cui il loro piano va in frantumi. Rispetto alle intenzioni iniziali, l’avventura familiare sembrerebbe un fallimento, ma è proprio questo fallimento a smuovere qualcosa dentro i personaggi. Non si tratta di una riconciliazione definitiva, ma di un’apertura reciproca e di una chiusura nei confronti di un passato che devono imparare a lasciare alle spalle. Sono gli incontri e i luoghi in cui si ritrovano a cambiare gli atteggiamenti dei fratelli e a metterli sempre più a nudo.
Anche dal punto di vista della regia, Anderson lavora per trasmettere la sensazione di scomodità e disagio vissuta dai protagonisti. Piuttosto che affidarsi ai grandi panorami indiani, privilegia spesso inquadrature strette sui protagonisti schiacciati in corridoio, scompartimenti e spazi interni del convoglio. In questa maniera il lavoro fatto dal regista restituisce una sensazione di soffocamento, riflettendo la condizione di Francis, Peter e Jack. Una scelta che permette di accompagnare il loro spostamento nello spazio con un forte punto di vista emotivo ed empatico.
Si tratta della conferma di una lezione che non stancheremo mai di ripetere: in un racconto di viaggio, non sempre serve inquadrare solo l’ambiente e il paesaggio per restituire delle belle immagini, ma bisogna lavorare in maniera funzionale alla storia e ai personaggi che si intende raccontare. Allo stesso tempo, la cifra stilistica del regista, fatta di colori saturi, simmetria e precisione assoluta nella composizione del quadro, entra in contrasto con la frammentarietà emotiva dei fratelli. Tutto appare ordinato e controllato, come il viaggio voluto da Francis, ma loro sono interiormente disallineati.
La costruzione narrativa è qui molto interessante visto che, a differenza di molti travel/road movie, parte in medias res. Vediamo Peter saltare sul treno e ricongiungersi con due persone che non conosciamo: un’apertura di questo tipo tiene subito lo spettatore attivo, perché lo spinge a conoscere i personaggi col proseguire del viaggio, a chiedersi che cosa sia successo prima e perché questo incontro è tanto importante. Questo incipit così “di corsa” è poi affiancato da una sceneggiatura, scritta a sei mani da Wes Anderson, Roman Coppola e Jason Schwartzman, che non si rivela immediatamente o con fretta: sceglie di emergere poco a poco, attraverso il modo in cui i protagonisti comunicano (se ci riescono) e si comportano.
Il treno per il Darjeeling è inoltre un esempio utile per il modo in cui riesce a costruire lo storytelling attorno alla famosa regola delle “3 C”: personaggi (characters), conflitto (conflict) e cambiamento (change). I personaggi, delineati molto bene e restituiti da tre ottime prove attoriali, non salgono sul Darjeeling Limited per visitare l’India, ma perché Francis intende ricucire il rapporto con i fratelli tramite un viaggio spirituale rigidamente organizzato; il conflitto nasce tra il piano super controllato e la piega che effettiva prenderà il tragitto; il cambiamento, infine, non viene dichiarato in maniera didascalica, ma emerge da azioni e decisioni apparentemente marginali, ma che in realtà, nel loro insieme, assumono un valore ben più ampio.
Il film di Wes Anderson dimostra che un viaggio diventa veramente attivo quando i viaggiatori accettano di farsi attraversare da ciò che vedono e da chi incontrano. Non sono i templi, i rituali “pavoneschi” o la profonda ricerca di spiritualità a far evolvere i protagonisti, ma le esperienze concrete e dolorose (tra tutte, quella vissuta sul fiume). Perdendosi nel viaggio, i tre fratelli si ritrovano.
GUARDA IL TRENO PER IL DARJEELING SU DISNEY+
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Regia di Wes Anderson
Scritto da Wes Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman
Fotografia di Robert D. Yeoman
Montaggio di Andrew Weisblum
Musiche: Randall Poster
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