Sin dall’antichità, l’uomo è da sempre spinto da una curiosità spasmodica per superare i confini e raggiungere territori sconosciuti, così da conoscere sempre più il mondo che ci circonda. Dal mito di Ulisse, che nel canto XXVI dell’Inferno di Dante viene punito dagli dèi per aver tentato di superare le Colonne d’Ercole (il limite del mondo allora conosciuto), la frontiera futura dell’esplorazione è rappresentata dall’esplorazione dello spazio. Era il 1961 quando Gagarin diventò il primo uomo a compiere un’intera orbita intorno alla Terra e da quel momento le sfide legate ai viaggi nel mare di stelle si sono fatte sempre più complesse e difficili per l’uomo che intende raggiungere luoghi tanto remoti. Se, al momento, certe distanze sono raggiungibili solo con la fantasia, ecco che a intervenire è proprio “la macchina dei sogni”, il cinema.
Ma cosa lega Ulisse, lo spazio e il viaggio? Un nome e un cognome: Christopher Nolan. Se abbiamo avuto modo di parlare del viaggio compiuto dal re di Itaca in The Odissey, oggi abbiamo l’occasione di parlare di un altro viaggio epico che il regista londinese aveva trasposto nel 2014 sul grande schermo: Interstellar. Il film con protagonista Matthew McConaughey, al fianco di altre superstar Anne Hathaway, Jessica Chastain, Matt Damon e Timothée Chalamet, porta all’estremo le dinamiche del travel movie spostando l’attenzione da oceani, montagne o deserti, alla vastità dello spazio (s)conosciuto. Il film potete trovarlo in streaming su diverse piattaforme: Netflix, HBO Max, Sky, Now TV e Timvision, ma iniziamo dal principio.
In un futuro non troppo distante dal nostro presente, la Terra sta subendo una carestia globale causata da tempeste di sabbia, malattie delle piante e una conseguente mancanza di raccolto necessario alla sopravvivenza. Cooper è un ex pilota della NASA diventato agricoltore per necessità che vive in una fattoria insieme ai figli Tom e Murph, cercando di adattarsi a un mondo prossimo al collasso. Una serie di strani fenomeni lo condurrà a una base della NASA, dove scoprirà l’esistenza di una missione super segreta destinata a trovare una nuova dimora per il genere umano: 48 anni prima, nei pressi di Saturno, è infatti comparso improvvisamente un wormhole, vale a dire un passaggio spaziale che permette di raggiungere una galassia lontanissima dove in passato erano stati individuati alcuni pianeti potenzialmente abitabili. Nonostante la figlia sia fortemente contraria alla sua partenza, Cooper viene convinto dal dottor Brand e decide così di lasciare la propria famiglia e partire insieme a un equipaggio di scienziati ed esploratori, dando inizio a un viaggio nello spazio che rappresenta una corsa contro il tempo per salvare l’umanità e rivedere la figlia Murph.
Interstellar mostra l’avventura a bordo dell’Endurance come una spedizione d’altri tempi, una sorta di traversata oceanica proiettata nel cosmo che spinge Cooper a seguire, in un certo senso, le orme dei grandi esploratori del passato. L’equipaggio della spedizione diventa così un gruppo di ricercatori futuristici chiamati a superare i limiti di un confine ancora inesplorato e sconosciuto, senza avere la certezza di cosa incontreranno. Rispetto a un classico film di viaggio cambiano il mezzo di trasporto, il territorio da attraversare e le distanze da percorrere, ma a rimanere intatta è l’impulso che spinge gli uomini a compiere imprese straordinarie, a partire verso luoghi ignoti e reagire agli imprevisti incontrati lungo il cammino.
Ed è per questo motivo che consigliamo Interstellar come un ottimo film di viaggio da non perdersi. Non è solo un film capace di lasciare lo spettatore con il fiato sospeso grazie alle sue incredibili immagini e alle situazioni di estremo pericolo in cui sono immersi i protagonisti. Il cosmo è l’ambiente in cui si svolge il viaggio e per questo, oltre ad essere un fantastico sfondo, si fa protagonista mettendo continuamente alla prova il percorso dei personaggi, le loro motivazioni, le loro decisioni e il rapporto con chi è rimasto sulla Terra. In tal senso, ogni fase della spedizione porta con sé conseguenze che vanno ben oltre la missione stessa, perché Cooper e il resto dell’equipaggio devono fare i conti con un elemento apparentemente impossibile da controllare: il tempo.
La sfida contro di esso trasforma ogni deviazione, ogni minuto perso e ogni imprevisto in qualcosa che può allontanare Cooper sempre di più dalla vita che ha lasciato indietro, trasformando rapidamente una missione fantascientifica in un viaggio profondamente umano, costruito intorno alle conseguenze della partenza e al prezzo da pagare per provare a salvare le persone che più amiamo. La missione è così una corsa contro il tempo per trovare una soluzione all’imminente fine del genere umano e del rapporto di Cooper con Murph: un doppio livello di lettura (collettivo e personale) che rende l’impresa degli scienziati a bordo tanto spettacolare quanto emotiva.
La tensione accresce sempre più per via della discrasia temporale tra spazio e Terra, resa in maniera ancora più efficace dalla scelta di mostrare direttamente le conseguenze che ogni tappa produce sulla vita dei personaggi (sia nello Spazio che sulla Terra). Il caso più evidente è quello del pianeta di Miller, dove una sola ora trascorsa dall’equipaggio corrisponde a sette anni sulla Terra. Arrivati qui per prelevare i dati raccolti, un imprevisto costringe i membri della spedizione a rimanere per circa tre ore sul pianeta e, quando Cooper torna sull’Endurance e guarda i videomessaggi ricevuti dai figli, la distanza percorsa smette improvvisamente di essere qualcosa di astratto e diventa concreta e visibile. In che modo? Nei volti cresciuti di Tom e Murph, nelle vite andate avanti e nel tempo che lui non potrà più recuperare. E il pugno nel cuore viene dato dall’interpretazione magistrale di Matthew McConaughey di passare da un sorriso a trentadue denti a un pianto disperato.
A rendere ancora più forte questo meccanismo è il fatto che il viaggio di chi parte e la vita di chi resta continuino a svilupparsi l’uno di fianco all’altro. Tecnica spesso utilizzata nel travel storytelling (a maggior ragione quando partire significa soprattutto lasciarsi qualcosa alle spalle), da una parte seguiamo Cooper e l’equipaggio mentre avanzano nello spazio, dall’altra Murph e gli altri personaggi rimasti sulla Terra che continuano a vivere, crescere e affrontare le conseguenze di quella partenza. Interstellar riesce così a trasformare il viaggio in un’esperienza in cui ogni luogo raggiunto, ogni scelta e ogni imprevisto modificano contemporaneamente il percorso nello spazio e, in maniera intrinseca, le dinamiche personali sulla Terra. Le due linee narrative procedono quindi parallelamente, ma a velocità differenti, aumentando progressivamente la distanza tra i protagonisti fino al momento di un eventuale ricongiungimento finale.
Lo sviluppo lungo due livelli temporali è quindi la prima caratteristica evidente della costruzione del film, mentre un altro elemento centrale della narrazione, tipico dei travel movie, è il ruolo assunto dall’imprevisto nel percorso dei personaggi, come anticipa il film stesso parlando della Legge di Murphy. Il principio del “tutto ciò che può accadere, accadrà”, non è solo un simbolismo legato al rapporto tra Cooper e la figlia, ma una costante che accompagna la missione. Ogni tappa, infatti, viene approcciata con un piano ben preciso, ma qualcosa interviene puntualmente a modificarlo, costringendo i personaggi a rivedere la rotta, prendere decisioni dell’ultimo minuto e ritrovarsi in situazioni che non avevano previsto in precedenza. Si tratta di momenti dall’alto tasso di coinvolgimento, sia da un punto di vista visivo (nel modo in cui vengono trattate le immagini) sia emozionale, visto che sono le occasioni attraverso cui vengono costruiti e sviluppati i caratteri dei personaggi.
Ognuna di queste interruzioni, però, consente a Nolan di assegnare a questi luoghi inesplorati una funzione narrativa che va oltre la pura spettacolarità visiva. Il pianeta di Miller, un’immensa distesa d’acqua senza terraferma, rende concreto (anche attraverso il sonoro) il peso dello scorrere del tempo e delle sue conseguenze irreversibili; quello di Mann sposta il conflitto sul piano umano introducendo tematiche profondamente attuali come la solitudine e l’egoismo in un momento in cui è l’unione a far la forza; Gargantua rappresenta il limite estremo del viaggio, il punto in cui spazio e tempo convergono fino a diventare un qualcosa di tangibile. Come in ogni travel movie che si rispetti, i luoghi attraversati devono svolgere un ruolo narrativo e fornire allo spettatore gli elementi necessari per comprendere il peso di ogni situazione vissuta.
Ma allora, cosa si può imparare guardando Interstellar? Sono due gli elementi che mi sento di sottolineare e che sono stati gestiti da Nolan in maniera ottimale per tutta la durata del film. Il primo riguarda il modo in cui rendere credibile una vicenda così distante dalla realtà e dalla nostra quotidianità. Nolan costruisce tutto il film intorno a concetti fisici molto complessi come anni luce, la teoria della relatività di Einstein e il concetto di wormhole. La scelta azzeccata è stata quella di non costruire tutta la narrazione intorno alla dimensione puramente scientifica della missione: al contrario, le conseguenze delle azioni vengono sempre tradotte sul piano umano, dando allo spettatore un punto di riferimento emotivo a cui aggrapparsi. Ad esempio, il tempo trascorso diventa concreto attraverso i videomessaggi ricevuti sull’astronave, mentre il destino dell’umanità viene ricondotto anche al rapporto sempre più sfilacciato tra un padre e una figlia.
Il secondo insegnamento riguarda un lato più tecnico e, in particolare, l’utilizzo del sonoro. Nolan dedica sempre a questo elemento un’attenzione particolare e qui il lavoro di sound design permette di creare un coinvolgimento veramente totale: il silenzio assoluto al momento dell’incidente dell’Endurance (un suono diegetico, vista la mancanza di ossigeno nello spazio) e il suono cadenzato delle gocce che scandisce la permanenza sul pianeta di Miller (ogni ticchettio rappresenta un giorno passato sulla Terra), uniti alla musica originale di Hans Zimmer, sono solo due esempi di come il sonoro, o la sua completa assenza, rappresenti un valore fondamentale nella percezione una determinata scena.
Perciò, rispetto alla rude imbarcazione vista in Kon-Tiki, sono cambiati i mezzi e le tecnologie a disposizione, ma il concetto è pressoché lo stesso. Con Interstellar, ci troviamo davanti a un altro esempio di come il viaggio, anche allontanandosi dalla vita quotidiana, debba mantenere sempre un legame emotivo con chi sta guardando, perché altrimenti tutta questa grandezza rischia solo di diventare una spettacolarizzazione fine a se stessa. Christopher Nolan non cade in questo tranello e riesce a rendere vicino a noi qualcosa di infinitamente lontano e a tratti fantastico. Ed è forse questo che, proprio come The Odissey, consente a certe storie di diventare parte dell’immaginario collettivo delle persone.
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Regia di Christopher Nolan
Scritto da Jonathan Nolan, Chris Nolan
Fotografia di Hoyte van Hoytema
Montaggio di Lee Smith
Musiche di Hans Zimmer
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