Oggi abbiamo a disposizione moltissimi mezzi per registrare le nostre avventure. Dalle GoPro alle piccole videocamere waterproof, fino ai droni capaci di restituire riprese visivamente spettacolari. Se questi strumenti possono sempre essere utili per costruire il nostro racconto, lo sono ancora di più quando dobbiamo documentare un viaggio via mare. Spesso, accanto ai membri dell’equipaggio, ci sono infatti un regista con la propria troupe e un’attrezzatura ridotta, a bordo esclusivamente per documentare ciò che avviene intorno a loro: ma come si poteva raccontare un viaggio estremo via mare quando a riprendere era la stessa persona che quell’avventura che quell’avventura la stava vivendo?
Questo pensiero mi è passato per la testa prima di guardare Kon-Tiki, il documentario premio Oscar realizzato nel 1950 dal norvegese Thor Heyerdahl. Disponibile gratuitamente su Plex, la pellicola racconta la celebre traversata con la nave Kon-Tiki con cui lo stesso esploratore-scienziato, insieme ad altri cinque uomini, realizzò nel 1947 per dimostrare che fosse possibile per le popolazioni provenienti dal Sud America raggiungere la Polinesia, sostenendo così la sua teoria secondo cui le isole non sarebbero state popolate esclusivamente da popolazioni provenienti dall’Asia. Ma come poteva testimoniare la fattibilità di questa teoria? Semplice (più o meno): costruire una zattera utilizzando materiali compatibili con quelli disponibili alle popolazioni precolombiane (la balsa), raggiungere il Perù e partire alla volta della Polinesia.
Oltre ad essere estremamente affascinante per l’impatto che le immagini riescono ad avere a più di 70 anni di distanza, consigliamo Kon-Tiki per due motivazioni principali: una storica e una pionieristica. Innanzitutto, il documentario ci permette di accedere direttamente a una delle grandi spedizioni del Novecento e di osservare un uomo che, spinto da curiosità e forza di volontà, utilizza le procedure tecniche del passato, nel presente, per cercare di convalidare una teoria scientifico-antropologica che ha, però, uno stampo tendente al razzismo (poi smentito, infatti, grazie agli strumenti moderni di analisi del DNA). In più, fu il primo film scandinavo ad ottenere il primo Oscar, contribuendo a mettere in luce una cinematografia spesso lasciata in secondo piano e mostrando un nuovo modo di raccontare un’avventura: viverla, anziché riprodurla.
Il valore pionieristico si ricollega poi a questo aspetto, dato che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un precursore dei moderni documentari di sopravvivenza e di avventura estrema. Non c’è una troupe al seguito, né un regista che dirige e organizza le riprese: gli unici presenti sulla zattera sono i sei uomini protagonisti del viaggio e per questo le immagini sono restituite con la stessa immediatezza con la quale vengono realizzate. Così, il documentario dimostra come si potessero creare coinvolgimento e meraviglia senza artifici esterni, ma “semplicemente” mostrando ciò che accadeva realmente durante l’impresa.
Non fatevi ingannare però, perché il lavoro “artificiale” dietro la realizzazione del documentario fu enorme, soprattutto in fase di post-produzione. Le immagini restituite dalla videocamera 16mm di Heyerdhal erano state danneggiate moltissimo nel corso del viaggio a causa dell’acqua, per cui il materiale girato dovette essere raccolto, analizzato e ripulito prima di poter finire sul grande schermo. Possiamo perciò dire che ci troviamo davanti a una doppia impresa: quella legata propriamente all’avventura documentata via mare e quella più “manuale”, fondamentale e necessaria per rendere fruibili le immagini.
Per quanto possa sembrare “obsoleto” ad alcuni, Kon-Tiki funziona ancora oggi per il valore autentico racchiuso in ogni singola inquadratura. Sia per il grande lavoro tecnico (vista la difficoltà nella realizzazione e nella pulizia delle immagini), sia per l’impatto visivo, tutto ciò che vediamo scorrere sullo schermo rappresenta un autentico pezzo di storia del Novecento. Il documentario non solo mostrò per la prima volta attraverso le immagini alcune specie marine allora sconosciute, ma restituì al mondo anche un testimonianza diretta e reale di come un equipaggio affrontasse una spedizione tanto estrema.
A rimarcare il fatto che fossero gli stessi membri a riprendere ciò che avveniva lungo il tragitto, c’è un preciso elemento che rende unico e funzionale questo documentario rispetto a quelli che verranno realizzati in futuro: l’autenticità al posto dell’immagine perfetta. Se oggi, ad esempio, in una spedizione possiamo restituire un punto di vista diretto e una sensazione di pericolo attraverso strumenti leggeri posizionati su noi stessi, all’epoca girare su un’imbarcazione nel mezzo dell’Oceano e senza una troupe dedicata diventava pressoché impossibile, a maggior ragione trovandosi su una barca fedele a quelle utilizzate secoli fa dalle popolazioni precolombiane.
La capacità di Kon-Tiki sta proprio nel riuscire a trasformare i limiti tecnici in un punto forza del film, perché qui l’immagine imperfetta è testimonianza delle condizioni reali e storiche in cui venne realizzata la traversata. L’assenza di inquadrature spettacolari, l’instabilità delle riprese e la qualità non sempre ottimale ricordano costantemente allo spettatore che dietro la macchina da presa non c’è una troupe esterna di esperti, ma esploratori che stanno documentando una loro impresa e che devono sempre mettere davanti loro stessi a ciò che stanno riprendendo. Per questo motivo, non parliamo di un documentario che tenta di ricostruire un’avventura, ne è la testimonianza diretta. Non si tratta di indebolire il racconto, ma di renderlo vero.
Anche la costruzione della narrazione potrebbe risultata abbastanza “datata”, ma bisogna sempre considerare che ogni film/documentario è figlia della sua epoca. L’impostazione è molto vicina al documentario scientifico-divulgativo, concepita soprattutto per validare sul campo la propria ipotesi iniziale a discapito dell’attrazione visiva (e più cinematografica). E la narrazione segue, infatti, le fasi del metodo sperimentale: parte dalla teoria iniziale ipotizzata da Heyerdahl; documenta la preparazione della spedizione e la costruzione dell’imbarcazione; segue i 101 giorni di navigazione alla volta della Polinesia e si conclude con la buona riuscita dell’impresa. Il focus di tutto il viaggio non sembra tanto l’estetica delle immagini (a questo ci penserà il film di finzione omonimo del 2012), quanto il valore sperimentale dell’impresa, il comportamento della/sulla nave (come resiste la barca all’acqua, il comportamento delle correnti del mare e dei sei uomini a bordo) e la (presunta) valenza antropologica-scientifica.
Essenziale è anche la voce narrante dello stesso Heyerdahl, anche in questo caso vicina al documentario divulgativo e, per certi aspetti anche visivi, al cinegiornale d’epoca. Distaccata e descrittiva, la voce dell’esploratore spiega e contestualizza piuttosto che creare pathos e attrazione. Sembra quasi di trovarsi di fronte a delle didascalie di un libro applicate a delle immagini in movimento, piuttosto che fisse. Ma se anche questo può sembrare fuori tempo, bisogna considerarlo all’interno di una tradizione documentaria dell’epoca in cui la voce esplicativa aveva una funzione centrale nel guidare lo spettatore e dare ordine alle immagini. Mettevi nei panni di uno spettatore di allora: vi immaginate che fascino poteva creare un viaggio di questo tipo?
Sono quindi passati gli anni, ma gli spunti da tenere in considerazione guardando questo documentario sono comunque diversi. Innanzitutto, quello di sfruttare appieno l’attrezzatura a nostra disposizione, visto che l’immagine perfettamente nitida non rappresenta per forza un valore aggiunto. Spesso è anche l’immagine più grezza a dare autenticità a ciò che mostriamo e documentare un’esperienza reale significa spesso accettare di non poter riprendere tutto: alcuni momenti possono avvenire mentre siamo impegnati a gestire un imprevisto del viaggio e perdere quell’immagine può essere preferibile rispetto a ricostruirla successivamente soltanto per renderla più spettacolare. A giocare un ruolo fondamentale nel coprire questo “buco” è poi il narratore.
Ma oltre a questo aspetto, un insegnamento molto forte riguarda il fatto che un viaggio, per avere senso di essere raccontato, deve rispondere a una domanda o a un’esigenza. Anche se la teoria di Heyerdahl si rivelerà errata, in principio dava alla spedizione un obiettivo che da un punto di vista narrativo è fortissimo. Non si tratta semplicemente di attraversare l’Oceano Pacifico, ma di chiedersi: era possibile, in passato, compiere quella traversata in questo modo e quindi riscrivere i libri di storia?
Se la teoria razziale della migrazione venne smentita, quel che è stato dimostrato dal Kon-Tiki è che le isole della Polinesia sono alla portata di navi preistoriche provenienti dal Perù e che l'uomo primitivo può intraprendere viaggi senza limiti attraverso l'oceano. Un’impresa straordinaria la cui documentazione rappresenta un esempio perfetto di come non serva sempre l’immagine cinematograficamente perfetta per raccogliere il succo del nostro viaggio. Oggi possiamo filmare molto meglio rispetto al passato e molto di più, grazie alle tecnologie a disposizione, ma ciò non significa raccontare meglio. Il viaggio colpisce se, prima dell’attrezzatura, si costruisce un racconto forte, autentico e soprattutto con una ragione precisa per partire e filmare.
Regia di Thor Heyerdahl
Scritto da Thor Heyerdahl
Fotografia di Knut Haugland, Erik Hesselberg, Thor Heyerdahl, Torstein Raab Herman Watzinger
Montaggio di Olle Nordemar
Musiche di Sune Waldimir
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