La trilogia de Il Signore Degli Anelli
"Metti piede sulla strada e, se non tieni i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via".
Ci sono film e saghe che non hanno bisogno di presentazioni, tanto sono entrati nell’immaginario popolare. Tutti (o almeno spero, sennò dovete correre) abbiamo visto almeno una volta quella che è probabilmente la migliore trilogia della storia del cinema: Il Signore degli Anelli, diretta da Peter Jackson tra il 2001 e il 2003. Tratti dai romanzi di J.R.R. Tolkien e disponibili ancora per poco su Prime Video, i tre film che compongono questa epopea fantasy sono un esempio di come un viaggio estenuante possa tenere lo spettatore incollato allo schermo.
La storia la conosciamo molto bene. Frodo Baggins è un timido hobbit della Contea a cui è stato affidato il compito di distruggere l’Unico Anello creato dall’Oscuro Signore Sauron nel fuoco del Monte Fato, situato nella terra di Mordor. Ad accompagnarlo in questo lungo cammino ci sono uomini, elfi, nani e hobbit. La “Compagnia dell’anello” però si divide presto, e i tre film iniziano a seguire le diverse strade percorse dai personaggi mentre attraversano la Terra di Mezzo.
Perché parlare di una trilogia così distante dal reale? Cosa hanno in comune il fantasy, basato sul sovrannaturale, e i viaggi, spesso associati alla realtà? Beh, noi siamo qui a parlarne perché, in fin dei conti, Il Signore degli Anelli è probabilmente la saga che più utilizza le ambientazioni e il tema dello spostamento nello spazio come assi portanti di tutta la narrazione: ogni spostamento, infatti, ha un senso ben specifico per la crescita dei protagonisti.
La crescita di ogni personaggio, infatti, è legata profondamente ai luoghi in cui si trova e agli ostacoli che incontra: in questo modo, non si presentano mai in maniera neutrale, ma come degli agenti attivi che trasformano chi li oltrepassa. Qui emerge uno degli aspetti fondamentali di qualsiasi racconto di viaggio: gli spostamenti non devono mai essere semplici riempitivi.
La saga trasforma ogni linea narrativa in una diversa declinazione del viaggio. Per Frodo e Sam il cammino verso Mordor è soprattutto una prova interiore, fatta di tentazione, paura e resistenza. Per Aragorn è un percorso identitario, che lo conduce ad accettare il proprio destino. Per Merry e Pipino, invece, il viaggio coincide con il passaggio dall’ingenuità alla consapevolezza. In questo senso, la Terra di Mezzo non è solo uno spazio da attraversare, ma una mappa emotiva in cui ogni luogo costringe i personaggi a cambiare e fare i conti con se stessi.
Proprio per la molteplicità dei percorsi e delle avventure vissute dai personaggi, la trilogia aveva bisogno di una forte unità interna, capace di impedire al racconto di apparire frammentato. In questo senso, una delle caratteristiche inconfondibili del lavoro di Jackson è la capacità di far percepire i tre film come un unico grande racconto, continuo e coerente. Questo è stato possibile grazie alla scelta precisa del regista di girare tutta l’epopea in un’unica soluzione, in Nuova Zelanda, insieme al direttore della fotografia Andrew Lesnie.
Le conseguenze principali di questa scelta sono due. La prima è puramente tecnica e produttiva: girare tutte le riprese in un’unica fase di lavorazione (di più di un anno), ha permesso di mantenere una forte continuità tra i tre film. La seconda si riflette sulla narrazione, dato che questa scelta incide sulla forma del racconto trasformando la Terra di Mezzo in uno spazio riconoscibile e con una identità ben precisa per tutta la durata del viaggio. Attraverso precise scelte visive e registiche, la strada verso Mordor partecipa attivamente alla trasformazione dei personaggi.
Dal punto di vista visivo, è stata premiata la volontà di realizzare le riprese soprattutto in luoghi reali, una decisione che permea tutta la messa in scena di un profondo senso di realismo epico. Questa scelta conferisce all’opera un’identità estetica riconoscibile dall’inizio alla fine, con luci, cromatismi e paesaggi in grado di rendere unico ogni luogo e, al tempo stesso, legarlo allo sviluppo emotivo dei personaggi. Guardando la trilogia, non si può non rimanere sbalorditi dalla capacità delle immagini di integrarsi perfettamente con il racconto.
Ad affiancare questa estetica visiva è una regia capace di tenere alta l’attenzione per ben 11 ore (e non è da poco). Peter Jackson utilizza magistralmente la regia parallela per costruire un racconto armonioso sul piano narrativo e ritmico, senza sbilanciare mai l’attenzione. Da un lato i campi larghi e larghissimi restituiscono le dimensioni immense della Terra di Mezzo e la fatica fisica del cammino; dall’altro si serve di molti primi piani e dettagli per comunicare la condizione psicologica degli eroi lungo il percorso. Per questo il viaggio si fa protagonista e la regia lo dimostra bilanciando costantemente la relazione tra ambienti e soggetti.
Ecco che allora possiamo rispondere alla domanda: ma cosa si può imparare guardando Il Signore degli Anelli? La risposta sta nella ricerca di un equilibrio costante tra gli ambienti che riprendiamo e coloro che li attraversano, in modo che siano sempre in relazione. La trilogia ci insegna che lo spazio da attraversare deve essere trattato come personaggio attivo, come una presenza capace di influenzare il tono, il ritmo e lo stato emotivo di chi lo vive. Con attenzione, ogni paesaggio può diventare parte attiva della narrazione: può mettere alla prova i protagonisti, rivelare paura, amplificare la fatica.
Bilanciare la spettacolarità degli ambienti e l’introspezione dei personaggi è fondamentale, e Peter Jackson lo dimostra chiaramente. I due elementi devono procedere insieme e trasformarsi a vicenda lungo il cammino, perché un grande racconto di viaggio nasce da questa relazione.
Come ci ricorda Bilbo:
“Metti piede sulla strada e, se non tieni i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via”
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Regia di Peter Jackson
Scritto da Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson
Fotografia di Andrew Lesnie
Montaggio di Jamie Selkirk
Musiche di Howard Shore
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