Siamo parte di una società orientata al successo continuo, al dover raggiungere sempre e subito il risultato finale nel migliore dei modi. Nella velocità di oggi, in cui tutto sembra un flusso ininterrotto senza pause, ogni attività deve essere finalizzata al raggiungimento immediato del proprio obiettivo. Fallire non è contemplato. Eppure, è proprio quando il risultato sembra più lontano che possiamo capire quanto un obiettivo sia davvero importante. Ed è così che un tentativo fallito non significa necessariamente aver perso, come diceva anche Alex Bellini nel bellissimo È solo acqua e vento, e in alcuni casi può diventare la miccia capace di dare la scossa e un vero senso alla sfida da affrontare la volta successiva.
In un documentario, per raccontare storie estreme e di un’unicità assoluta in maniera coinvolgente anche il pubblico più lontano dall’argomento trattato, bisogna cercare di limare il più possibile la distanza tra protagonista e spettatore. Una delle soluzioni più adottate, nell’ambito sportivo e d’avventura, è dare grande risalto alla componente umana di figure che raggiungono risultati “sovrumani”: una delle migliori dimostrazioni di questa tecnica di storytelling sono i documentari realizzati dall’alpinista-filmmaker Jimmy Chin al fianco della moglie Elizabeth Chai Vasarhelyi. Se vi fischiano le orecchie è perché abbiamo già avuto modo di parlare del loro lavoro sia dietro la macchina da presa in Free Solo (2018), sia nella produzione (e nella presenza dello stesso Jimmy al fianco di Nims) in 14 vette: scalate ai limiti del possibile (2021).
In questo caso, facciamo un piccolo salto indietro al 2015 per parlare del loro primo lungometraggio documentario, Meru. Vincitore dell’“U.S Audience Documentary Award” al Sundance Festival dello stesso anno, il film racconta il folle tentativo compiuto da Conrad Anker, Renan Ozturk e dallo stesso Jimmy Chin di raggiungere la cima della Shark’s Fin (Pinna dello Squalo), una delle pareti più complicate e pericolose dell’alpinismo mondiale situata sul versante nord-est del Meru Peak nell'Himalaya indiano. Come nei lavori successivi, la conquista della vetta è soltanto il punto d’arrivo di una storia sviluppata soprattutto intorno alla componente intima dei protagonisti, ai momenti di maggiore crisi e a come questi siano stati la miccia in grado di far compiere loro un’impresa storica.
Sin da subito, capiamo infatti come la Pinna dello Squalo sia una parete completamente diversa dalle altre. Non basta essere ottimi arrampicatori per approcciarla, bisogna avere una preparazione fisica e mentale fuori dal normale per affrontare, ghiaccio, freddo, rocce e arrampicate verticali trasportando tutto il necessario per sopravvivere settimane lungo la parete. Si possono fare molti calcoli, ma ci sono molti imprevisti che possono rallentare la scalata o addirittura mettere a repentaglio tutta la missione, proprio come accadde loro durante il primo tentativo del 2008: dopo settimane passate appesi alle funi, tra fatica e condizioni fisiche al limite a causa del freddo, Conrad, Jimmy e Renan sono a un centinaio di metri dalla vetta, ma si vedono costretti a rinunciare per mancanza di sicurezza e di cibo a sufficienza per sopravvivere. Un momento di sconforto enorme, per molti sufficiente a mettere un punto fermo ad ogni altra possibilità, diventa invece l’inizio di una risalita che mette i protagonisti in continuo confronto soprattutto con loro stessi.
Facendo raccontare in prima persona dai protagonisti i momenti più difficili da loro vissuti, Meru riesce a rendere il ritorno sulla parete ancora più significativo. Nel 2011, Renan rimane gravemente ferito alla testa in seguito a un incidente sugli sci nelle Tetons, dove si trovava con Jimmy Chin per effettuare delle riprese a due snowboarder. Lo stesso Jimmy, poco tempo dopo, viene travolto da una valanga proprio mentre cercava di portare a termine il lavoro iniziato da Renan. Ne esce fisicamente illeso ma mentalmente distrutto, arrivando ad allontanarsi dall’alpinismo per qualche mese. Conrad, invece, porta con sé il peso della morte del suo mentore Mugs Stump e del migliore amico Alex Lowe, morto travolto da una valanga nel 1999. Per questo motivo, ritornare su quella parete significa per i tre protagonisti confrontarsi con tre forme diverse di trauma: fisico, mentale ed emotivo. Il secondo tentativo viene così trasformato in qualcosa che va oltre la pura rivincita sportiva.
La costruzione dei protagonisti è uno dei motivi per cui consigliamo di guardare Meru con grande attenzione. Il film riesce a rendere estremamente coinvolgente una storia specialistica come quella di una scalata, senza richiedere allo spettatore di conoscere l’alpinismo. La montagna rimane il focus visivo e attrattivo per la sua imponenza, ma a tenere viva l’attenzione è il significato che questa sfida assume agli occhi di tutti e tre, soprattutto dopo i traumi vissuti. Il merito del documentario sta proprio nella capacità di trasformare un argomento di nicchia in una storia universale, perché costruita intorno a concetti come il superamento del lutto, di un trauma o di un grave infortunio, e della volontà di capire fino a dove l’uomo è disposto a spingersi per raggiungere qualcosa di veramente significativo.
Ad aumentare il coinvolgimento dello spettatore è il fatto che lo sguardo sulla preparazione mentale e fisica dell’impresa venga allargato anche alle persone intorno a Conrad, Jimmy e Renan. La co-regista Elizabet Chai Vasarheli, arrivata a lavorare sul progetto senza conoscere minimanete il mondo delle scalate, ha raccontato di essere particolarmente interessata a indagare cosa significhi vivere al fianco di persone che si spingono così al limite. Questa scelta, presente anche in Free Solo, restituisce un ritratto totale che mette in luce le due facce della sfida: il fascino (la forza dei protagonisti) e la preoccupazione (la moglie di Renan che, dopo il suo infortunio, non voleva partisse ancora per Meru). Si tratta del cuore di tutta la narrazione e dell’elemento capace di farci domandare: come affronteremmo una situazione del genere se fossimo in quella situazione?
Da un punto di vista narrativo, Meru costruisce la propri parabola emotiva in maniera differente rispetto a moltissimi altri film di questo genere. Infatti, i due registi, lavorano sui personaggi decostruendo la classica rappresentazione dell’eroe nei documentari/racconti d’avventura. Renan, Conrad e Chin ovviamente vengono celebrati per ciò che sono riusciti a compiere, ma il film decide di presentarli come esseri umani che come tutti cadono, falliscono e soffrono, rendendo al tempo stesso la linea tra determinazione e ossessione sempre più sottile.
La costruzione dei personaggi viene rafforzata dal modo in cui viene costruita la storia, a partire dal trattamento riservato al tentativo fallito del 2008. Non si tratta di un semplice prologo destinato a farsi presto da parte per lasciare spazio al resto del racconto, ma di uno snodo da cui aprire il cuore dei protagonisti prima di tornare nuovamente su quella montagna tre anni dopo. Da quel fallimento prendono forma i ricordi, le interviste, le motivazioni personali, inseriti nel racconto per accrescere gradualmente il cambiamento di significato della seconda spedizione: quando il film ritorna sulla Pinna dello Squalo stiamo osservando un’impresa caricata di tutto ciò che abbiamo scoperto nei minuti precedenti.
L’insegnamento più grande che lascia Meru riguarda proprio il punto di accesso alla scalata e soprattutto ai protagonisti della vicenda. Le riprese sono state realizzate da Jimmy e Renan, per cui il punto di vista è tutt’altro che esterno: rispetto a Free Solo, in cui a scalare era solo Alex, e Jimmy doveva fare in modo di non condizionarlo con la sua presenza, qui i due operatori alla macchina sono essi stessi i protagonisti insieme a Conrad. Le immagini, spettacolari e dall’alto tasso adrenalinico, restituiscono uno sguardo diretto sulle difficoltà pratiche della scalata, altrimenti impossibile da ottenere con una troupe tradizionale, perché ripetere un passaggio o fermare l’azione per trovare l’inquadratura migliore. Significa adattare la camera all’esperienza, non il contrario.
A questo si aggiunge un secondo insegnamento, già evidente nella struttura del film: i bilanciare correttamente i materiali a disposizione per concedere alla narrazione il giusto ritmo con cui svelare le informazioni al momento giusto. Le riprese estreme, i paesaggi incredibili che si possono osservare a 6000m e i momenti di grande tensione funzionano perché messi in relazione in maniera intelligente con le interviste frontali e il racconto dei fallimenti, capaci di dare loro un grandissimo peso narrativo. Meru dimostra quindi quanto sia importante non limitarsi a documentare ciò che accade, ma capire quale significato attribuire a quelle immagini e in quale momento mostrarle per dare loro massima efficacia.
È l’equilibrio tra spettacolarità e introspezione a caricare di significato il secondo tentativo e, di conseguenza, tutto il film. Senza tutto ciò che abbiamo scoperto attraverso le interviste, le immagini del ritorno sulla Shark’s Fin rimarrebbero il racconto straordinario di una grande impresa alpinistica; dopo aver conosciuto fallimenti, paure e motivazioni dei protagonisti, invece, ogni metro guadagnato assume un valore molto più grande. E questo permette di ritornare al punto di partenza: il fallimento non significa necessariamente sconfitta. In Meru, il primo tentativo è l’esperienza catartica necessaria a dare un senso al raggiungimento della vetta.
Regia di Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi
Scritto da Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi
Fotografia di Jimmy Chin, Renan Ozturk
Montaggio di Bob Eisenhardt
Musiche di Josh Ralph
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