Nei film di viaggio o di avventura, il van è spesso il mezzo di trasporto per eccellenza per simboleggiare la libertà o il passaggio da una condizione precedente a una successiva. Come abbiamo già avuto modo di vedere, si può finire alla guida di questo mezzo spinti da una necessità personale di evasione dalla società (Into the Wild) oppure per raggiungere un concorso di bellezza (Little Miss Sunshine). Seppur diversi, i due viaggi sono accomunati dalla volontà attiva dei personaggi di partire. Ma cosa succede se il viaggio non nasce da una volontà personale, ma da una situazione che ci costringe a rimetterci in movimento?
Questa è la situazione vissuta dalla protagonista di Nomadland, film di Chloé Zhao, qui nei panni di sceneggiatrice, montatrice e co-produttrice. Realizzato nel 2020 e vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia e di tre premi Oscar, questo film indipendente disponibile su Disney+ segue Fern (una bravissima Frances McDormand), una donna che dopo la morte del marito e la chiusura dello stabilimento della US Gypsum di Empire, una “company town” del Nevada, decide di cambiare la propria vita “caricandosela” letteralmente su un furgone per mettersi in viaggio attraverso gli Stati Uniti, sostentandosi tra lavori stagionali e comunità di nomadi.
Parliamo di un film indie al 100%, sia da un punto di vista produttivo che visivo. Ovviamente, anche il modo in cui mostra la protagonista affrontare il proprio percorso esteriore e interiore tende a discostarsi da quello di certe produzioni molto più grandi, ed è proprio qui che sta il cuore del film e il motivo per cui ve ne parliamo. Il viaggio come metodo di elaborazione del lutto l’abbiamo già incontrata ne Il treno per il Darjeeling, ma se lì veniva filtrata attraverso i caratteri un po’ fuori dalle righe dei tre fratelli Whitman, in questo caso viene presentata in modo molto più asciutto, intimo e vicino alla realtà. È un approccio più ridotto e anti-spettacolare, ma non per questo meno efficace: il viaggio non è epico e nemmeno ricco di imprevisti capaci di creare un continuo saliscendi di emozioni, ma viene osservato attraverso i piccoli gesti del quotidiano e gli incontri fatti nelle diverse zone attraversate da Fern.
Sin dalle prime immagini il viaggio viene utilizzato per mettere a nudo lo stato d’animo della protagonista. Dopo essersi liberata dei propri avere ed aver svuotato il suo appartamento, Fern si mette alla guida del van e già ci viene mostrata come una figura minuscola all’interno degli enormi paesaggi americani (vedi l’immagine sopra). Un’immagine che spesso associamo alla libertà, ma che in questo caso restituisce soprattutto il senso di precarietà e solitudine che accompagna questa nuova fase della sua vita. Il furgone, però, oltre a essere il mezzo di trasporto con cui si muove, rappresenta a tutti gli effetti lo spazio in cui vive la donna. Nonostante questo, lei tiene a precisare di non essere una senzatetto (homeless), ma una persona senza casa (houseless): una distinzione piccolissima, ma fondamentale per capire il rapporto che ha con se stessa e con il proprio modo di vivere. Fern non sente di essere priva di un luogo a cui appartenere, ma ha scelto di continuare a muoversi senza una casa nel senso tradizionale del termine.
Almeno inizialmente, il viaggio sembra allora coincidere con una forma di libertà quasi estrema. Il furgone permette di spostarsi dove si vuole e di non dipendere da nessuno, motivo per cui, quando le propongono un posto letto, una casa o semplicemente un aiuto, tende quasi sempre a rifiutare per poi risalire sul proprio van e stare in solitudine. E già qui si vede come Nomadland intenda variare l’idea tradizionale del viaggio solitario on the road: la strada è sì uno spazio in cui cercare una nuova libertà, ma qui sembra mostrarsi soprattutto come una maschera dietro cui nascondersi, fino a trasformare il movimento in una forma di isolamento. A cambiare lentamente la visione della protagonista, come in ogni road movie che si rispetti, saranno soste, partenze e incontri.
In particolare, durante uno dei suoi lavori saltuari, Fern conosce Linda May, un’altra nomade che la invita al Rubber Tramp Rendezvous organizzato da Bob Wells, punto di riferimento (nella vita reale) della comunità nomade americana. All’interno della comunità farà la conoscenza di altre persone che, come lei, sono state costrette a costruirsi una nuova vita. Ed è proprio qui che troviamo uno dei motivi per cui il film funziona così bene nel trasmettere l’esperienza di Fern: Zhao affianca a Frances McDormand veri nomadi come Linda May, Swankie e lo stesso Bob Wells, permettendo a finzione e realtà di mescolarsi fino quasi a confondersi. L’esperienza del viaggio appare così autentica e rende molto più credibile anche il cambiamento della protagonista.
Il ritmo del film asseconda questa lenta trasformazione e contaminazione costante tra realtà e costruzione. Nomadland cerca infatti di restituire, attraverso le proprie scelte di regia, una realtà quanto più vicina possibile a quella vissuta da chi si è ritrovato letteralmente sulla strada in seguito alle difficoltà economiche degli anni della Grande Recessione. La messa in scena è austera e dominata soprattutto dalla luce naturale e dai grandi spazi aperti del paesaggio americano, all’interno dei quali Fern viene spesso inserita come una figura isolata e quasi dispersa. Enorme e (comunque) affascinante, il territorio viene qui trasformato dalle luci e dai colori soffusi in una sorta di mappa emotiva capace di accompagnare e sottolineare la solitudine della protagonista e il rapporto che costruisce con gli spazi attraversati.
Nella stessa direzione lavorano il montaggio e la colonna sonora. Il primo, curato dalla stessa Zhao, evita grandi accelerazioni per lasciare spazio all’introspezione, ai silenzi e ai tempi morti del viaggio; la seconda utilizza soprattutto composizioni preesistenti di Ludovico Einaudi, capaci di accompagnare Fern con un tono profondamente malinconico anche nei momenti in cui la protagonista lascia spazio al paesaggio o al suo van lungo la strada. Fotografia, montaggio e musica finiscono così per muoversi nella stessa direzione, permettendo a Nomadland di raccontare il viaggio senza renderlo epico o fuori dall’ordinario, ma mantenendolo sempre aderente alla dimensione umana e quotidiana che sostiene tutto il film.
Più lento e intimo rispetto a molti altri film che abbiamo visto, Nomadland ci lascia due insegnamenti molto utili. Il primo riguarda la velocità e il ritmo della narrazione: non bisogna preoccuparsi necessariamente dei tempi morti. Ovviamente devono avere una funzione e non trasformarsi in semplici riempitivi, ma Zhao dimostra quanto silenzi, attese, spostamenti ed eventi apparentemente poco importanti possano restituire la sensazione reale del viaggio e farci entrare più profondamente nell’atmosfera del film.
La seconda lezione riguarda invece la capacità di accogliere ciò che può nascere spontaneamente durante le riprese. In questo senso, oltre al fatto di aver collaborato con veri nomadi e attori non professionisti, emerge un altro dettaglio produttivo molto interessante. Come raccontato dalla stessa regista, uno degli elementi che meglio riassumono il significato del film è nato quasi per caso: la scena in cui una dipendente di Amazon mostra il tatuaggio con la frase “Home, is it just a word? Or is it something you carry within you?” non era stata prevista, ma Zhao capì durante le riprese quanto quel dettaglio potesse diventare importante. È un esempio molto utile per chi lavora in viaggio e a contatto con persone reali: bisogna mantenere l’attenzione anche su elementi che non erano stati presi in considerazione in partenza, perché proprio lì può nascondersi qualcosa capace di dare un nuovo significato al racconto. Ed è qui che entra in gioco anche il montaggio, in grado di trasformare un momento quasi casuale in un’immagine capace di riassumere il cuore dell’intero film.
Nomadland si conclude dove era iniziato, chiudendo un cerchio. Dopo aver viaggiato da nomade, Fern ritorna nella vecchia casa ormai vuota in cui aveva vissuto insieme al marito, ed è in quel momento che comprende come partire fisicamente non bastasse a lasciarsi davvero alle spalle quella fase della sua vita. Pertanto, il viaggio non serve a dimenticare il passato per ricominciare, ma a interiorizzarlo e a cambiare il modo in cui continuiamo a portarlo con noi lungo la strada.
Regia di Clhoé Zhao
Scritto da Clhoé Zhao
Fotografia di Joshua James Richards
Montaggio di Clhoé Zhao
Musiche di Ludovico Einaudi
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