Racconti di luce
Ogni grande fotografia ha alle spalle una grande storia
Fotografare significa scrivere utilizzando la luce al posto di una penna. Dalla luce nasce ogni fotografia ed è imparando a controllarla, aspettarla e caricarla di un significato che un fotografo riesce a trasformare un puro risultato estetico in una storia. Ma fotografare, al tempo stesso, significa rendere visibile alle altre persone il nostro soggetto e, in un certo senso, dargli luce. Intorno a questo doppio significato ruota Racconti di luce (Tales By Light), la docu-serie prodotta da Canon e National Geographic disponibile su Netflix che pone lo spettatore davanti a una domanda fondamentale: può una fotografia mostrare non solo il mondo, ma anche un nuovo in cui lo guardiamo?
Racconti di luce (2015-2018) nasce da un progetto del filmmaker e direttore della fotografia Abraham Joffe (nome presente anche nel bellissimo Our Oceans) e ci porta mano nella mano negli angoli più splendidi del nostro pianeta attraverso gli occhi (e gli obiettivi) di alcuni tra i più famosi fotografi americani e australiani. Nel corso delle tre stagioni, composte da sei episodi ciascuna, cambiano continuamente i protagonisti dietro la macchina fotografica, i luoghi e i soggetti, ma rimane al centro la fragile bellezza del pianeta Terra e la convinzione che una foto o un video possano fare la differenza.
Lo spettatore segue un fotografo (o una coppia) durante una propria missione, sia essa umanitaria o ambientale, tra paesaggi remoti, sfruttamento minorile, bellezza naturali, animali tanto belli quanto in pericolo e comunità indigene. Il punto di vista con cui si osserva il mondo cambia in base al protagonista e all’obiettivo che intende raggiungere con i suoi scatti: le balene in Antartide, lo sfruttamento dei bambini in Bangladesh, i leoni e ghepardi del Kenya, la comunità Aborigena in Australia e la cultura dei Surma in Etiopia. Ogni episodio (dalla seconda stagione, ogni due) cambia soggetti e ambienti, ma centrale rimane la presenza del fotografo che ci guida alla scoperta della sua visione del mondo, del suo modo di lavorare e del suo modo di fare la differenza con la sua arte.
Consigliamo di (ri)guardare questa magnifica docu-serie proprio perché non intende limitarsi alla semplice resa esteticamente straordinaria delle fotografie, ma vuole portarci dietro le motivazioni che portano alla loro realizzazione. Una caratteristica simile a quella vista in The Wild Ones, ma qui declinata in una maniera diversa dato che porta in primo piano il ruolo di un’immagine studiata e cercata nel minimo dettaglio. Nella serie originale Apple fotografia e video erano strumenti necessari per la riuscita di un progetto ben più ampio di ricerca e conservazione, mentre in Racconti di Luce è il processo creativo dei fotografi a diventare il focus della narrazione. Li seguiamo mentre cercano soggetti, scorci e momenti in grado di tradurre il loro messaggio in un’immagine. L’accesso al loro punto di vista permette di vedere una fotografia (o un video) non solo come una bella immagine, ma come un profondo punto di vista (tranquilli, vi lasciamo la lista dei fotografi in fondo insieme a ciò che vogliono comunicare con le loro immagini!).
La scelta di trasformare i fotografi da semplici osservatori a veri protagonisti rappresenta uno dei motivi per cui la serie risulta ben realizzata. Questo perché ci consente un ingresso privilegiato nelle motivazioni, nell’esperienze e nel significato che attribuiscono al loro lavoro. Jonathan e Angela Scott, ad esempio, dedicano la propria vita alla fauna africana e alla conservazione del Maasai Mara; Eric Cheng usa le sue fotografie subacquee per mettere in discussione la percezione negativa che l’uomo ha su certi animali; Dylan River riprende le tradizioni e lo stile di vita della popolazione Yolngu per preservarne storia, cultura e memoria. Senza farvi altri spoiler, quello che lo spettatore è un mosaico della nostra Terra.
Non stiamo ovviamente a negarlo. La straordinaria forza visiva di Racconti di luce è uno dei motivi per la serie risulta subito affascinante. Realizzate in 4K, le immagini ci vengono restituiti con una qualità tale da diventare istantaneamente la porta d’accesso al racconto del fotografo e al messaggio che intende trasmettere. Perciò, prima rimaniamo affascinanti da ciò che che vediamo, poi vogliamo comprenderne il significato. Una fotografia può parlarci in mille modi, purché abbia un punto di vista: ogni immagine può essere bella, ma quella potente riesce a comunicare anche quello che il fotografo intende comunicare.
Mescolando viaggio, natura, culture, avventura e questioni sociali, Racconti di luce costruisce così una tela in cui fotografie e video diventano un linguaggio universale, capace di condurci verso mondi e argomenti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla volontà di mostrarci qualcosa da una prospettiva nuova.
Da un punto di vista narrativo, la serie sceglie una struttura verticale semplice e di grande impatto. Ogni storia è autoconclusiva e si sviluppa schematicamente nella stessa maniera: conosciamo il fotografo e le sue motivazioni, scopriamo il soggetto delle sue fotografie e infine lo seguiamo sul campo mentre realizza il suo progetto. Non c’è una trama orizzontale e ogni episodio può permettersi di cambiare radicalmente atmosfere, temi e tipologie di fotografia per portare lo spettatore dentro un nuovo angolo di mondo. Si tratta di una formula particolarmente adatta alla distribuzione internazionale, perché ogni storia può cambiar completamente protagonista e atmosfere, mantenendo al tempo stesso riconoscibile il concept della serie. Una logica che si avvicina a quella incontrata in Viaggi al rallentatore (dove Ludo e Gabri rimangono protagonisti mentre cambiano location e mezzo di trasporto).
L’accesso al “behind the scenes” del lavoro ci insegna che prima di domandarsi quale lente comprare, quale obiettivo utilizzare o dove posizionare la videocamere, bisogna capire cosa vogliamo effettivamente raccontare. Un luogo, un ritratto o un animale non diventano delle storie solo perché immortalati nella nostra immagine. Ci deve essere un’intenzione, qualcosa da cercare, mostrare, evidenziare, smentire. Non basta un’ottima tecnica o la macchina fotografica all’avanguardia, è il punto di vista a dare significato. Una volta individuato, bisogna trovare il modo più adatto per tradurlo in immagini, adattando tecnica e comportamento al soggetto con cui ci confrontiamo. Fotografare un animale nella savana richiede un approccio completamente diverso dall’incontrare un animale in acqua, così come riprendere un rito tribale è diverso dal documentare una problematica sociale. Bisogna partire prima dalla storia, poi partire con la macchina fotografica.
L’insegnamento più grande, però, va oltre il modo in cui realizziamo la fotografia. Riguarda ciò che quell’immagine può provocare quando viene diffusa e mostrata agli altri. I protagonisti usano la loro macchina fotografica per provare a smuovere la coscienza e i cuori delle persone, sensibilizzando il modo in cui viene percepito il mondo. Shawn Heinrichs utilizza le sue foto per mostrare la bellezza e la vulnerabilità della biodiversità marina di Raja Ampat, coinvolgendo attivamente le comunità locali nella sua protezione, mentre Art Wolfe, attraverso le foto delle culture indigene e dei loro ambienti, intende restituire visibilità a modi di vivere ancora legati profondamente al territorio. In questi (e in tutti gli altri) casi fotografare diventa un atto per conservare e far conoscere certe condizioni anche a chi vive dall’altra parte del mondo. Con la speranza di cambiare lo sguardo delle persone.
Il titolo Racconti di luce, allora, è qui che svela il suo duplice significato. Sì, è un riferimento al fatto che i fotografi utilizzano materialmente la luce per costruire le loro opere, ma attraverso quelle stesse immagini finiscono per “dare luce” ai soggetti che intendono raccontare. E c’è forse un’ultima forma di luce che attraversa la serie: la speranza. Anche quando racconta ecosistemi minacciati, culture da preservare o profonde problematiche sociali, Racconti di luce non adotta mai uno sguardo puramente disfattista, ma cerca di mostrare ciò che può ancora essere protetto, salvato o cambiato. Non viene denunciato soltanto ciò che non funziona, ma viene esaltato ciò per cui vale ancora la pena provare a fare la differenza.
GUARDA RACCONTI DI LUCE SU NETFLIX
Non mi sono dimenticato… ecco la lista dei fotografi in ordine di apparizione!
Darren Jew - raccontare la potenza e la fragilità del mondo sommerso.
Richard l’Anson - raccontare culture, spiritualità e territori attraverso la fotografia di viaggio.
Krystle Wright - trasmettere l’adrenalina dell’avventura e il rapporto tra uomo e natura.
Art Wolfe - celebrare e preservare la diversità naturale e culturale del pianeta
Peter Eastway - raccontare la monumentalità e l’isolamento dei paesaggi più remoti.
Jonathan e Angela Scott - usare la fotografia come strumento di conservazione della fauna africana.
Eric Cheng - cambiare la percezione degli animali marini e dei predatori più temuti.
Stephen Dupont - raccontare con umanità la vita, la morte e le culture più fragili.
Simon Lister - rendere visibili le condizioni dei bambini più vulnerabili.
Shawn Heinrichs - mostrare la bellezza degli oceani per spingere le persone a proteggerli.
Dylan River - documentare e preservare la cultura delle comunità aborigene australiane





