Nascere, crescere, morire. E poi, chissà, rinascere per ritornare allo stato iniziale. La ciclicità della vita accompagna l’esistenza umana da sempre, attraverso dottrine filosofiche e religiose come induismo e soprattutto buddismo. Si tratta di un concetto per lo più astratto, molto più facile (proprio per questo motivo) da elaborare a livello mentale e da esporre con le parole. Non è tangibile e nemmeno visibile, perciò come posso rappresentarla con le immagini? Come posso mostrare a qualcuno l’impermanenza del tempo, il suo cambiamento costante, mentre noi stessi lo stiamo vivendo in prima persona? Sembra questo l’obiettivo di Ron Fricke (raggiunto con grandissimi risultati) in quello che rappresenta il sequel naturale di Baraka: Samsara, documentario realizzato nel 2011 e attualmente ultima opera ufficiale del regista e direttore della fotografia.
A quasi vent’anni di distanza dal capolavoro del 1992, Fricke decide di partire nuovamente in giro per il mondo al fianco del produttore Mark Magidson, attraversando circa 25 Paesi e registrando per circa cinque anni i materiali visivi che sarebbero poi confluiti in un’altra pietra miliare del cinema sperimentale. In questo periodo documentano le situazioni più diverse, da luoghi sacri a zone devastate dagli agenti atmosferici, passando per complessi industriali e grandi agglomerati umani, raccogliendo immagini che tra loro non potrebbero apparire più lontane e prive di un filo logico ben preciso. Ma basta guardare al di là del proprio naso per capire come, invece, ci sia un fil rouge che unisce tutta la messa in scena, ossia il concetto espresso dal titolo stesso del documentario. Samsara, infatti, rimanda alla ruota della vita e al continuo susseguirsi di nascita, morte e rinascita. Ed è questo continuo “errare”, se così possiamo dire, della vita stessa, mostrataci in tutte le sue forme, a diventare il filo che collega tutte le immagini.
Mettere su due linee parallele Baraka e Samsara non è solo doveroso, ma necessario per comprendere l’evoluzione del significato assegnato alle immagini. L’impostazione è la stessa: niente dialoghi, niente voce narrante, un utilizzo centrale della musica, immagini spettacolari girate in grande formato e un viaggio che attraversa luoghi e culture lontanissimi. Tutti aspetti che già sono stati tirati in ballo parlando del documentario del ’92, per cui non avrebbe senso ricalcarli ancora di più. Ciò che qui interessa è il modo con cui Fricke organizza il girato. Se in Baraka la sua volontà era quella di restituire l’interconnessione tra gli elementi che popolano il mondo, in questo caso intende costruire quella che lui stesso ha definito una “meditazione guidata” sul ciclo di nascita, morte e rinascita. Ovviamente, l’altissima qualità delle immagini è la prima caratteristica che salta subito all’occhio, ma lo scarto di Samsara rispetto al “prequel” è l’intenzione di rendere percepibile quel continuo processo di trasformazione a cui ogni cosa sembra essere sottoposta in maniera intrinseca.
Da qui Samsara inizia a prendere una strada propria. A Fricke non basta riprendere qualcosa che cambia davanti agli occhi della macchina da presa: il suo intento è quello di plasmare la forma del documentario sul suo contenuto, cercando nel mondo situazioni che possano rappresentarne manifestazioni differenti. Un neonato e un corpo che invecchia; una metropoli in costante movimento, a tal punto da sembrare viva; un oggetto prima realizzato e poi gettato via. Analizzando le immagini si capisce come questi e molti altri esempi possano essere letti come parti di un processo che riguarda l’intero globo. Le culture, le città attraversate e i rituali mostrati stupiscono inevitabilmente lo spettatore, ma, unite tra loro, diventano tasselli di un discorso più ampio, in cui luoghi distanti migliaia di chilometri si ritrovano improvvisamente vicini perché raccontano, in maniera differente, la stessa cosa.
Ed è anche per questo che ci teniamo a consigliarvi Samsara. Non soltanto per l’esperienza sensoriale unica o per il viaggio tra la bellezza e la distruzione del mondo, ma soprattutto perché riesce a indagare qualcosa che non appartiene a un luogo solo, ma a tutti noi che abitiamo e influenziamo (spesso negativamente) il pianeta. Fricke attraversa i Paesi per compiere una sorta di ragionamento induttivo sulla circolarità della vita, partendo dal particolare, ossia dalle diverse situazioni mostrate, per parlare di un principio generale e universale. Il punto, così come in Baraka, non è capire necessariamente dove siamo, ma osservare il mondo come un immenso campo di ricerca in cui andare a caccia delle diverse forme, viventi e non, assunte da un concetto comune.
Ma per rendere efficace un’operazione del genere non basta trovare immagini coerenti con il tema. Uno dei motivi per cui Samsara funziona nonostante la sua anima sperimentale sta nel fatto che Fricke e Magidson abbiano cercato di trasporre la ciclicità dei processi mostrati anche nell’organizzazione temporale delle immagini. Il primo elemento individuato come struttura portante di tutto il progetto è, ad esempio, il mandala di sabbia: all’inizio del film assistiamo alla sua realizzazione, nel finale alla sua distruzione, racchiudendo il significato del viaggio spirituale in un’immagine che rappresenta perfettamente il concetto di impermanenza. In altri casi, alcune immagini mostrate nelle prime sequenze ritornano verso la conclusione sotto una forma più sviluppata, creando richiami che fanno percepire allo spettatore di essere arrivato alla fine di un percorso.
All’interno di questa cornice, però, Fricke non segue un andamento “temporale”, percorrendo quindi in maniera ordinata lo schema nascita-vita-morte-rinascita. Organizza invece il materiale attraverso blocchi tematici e ricerca nel montaggio un “flow” (come lo definisce lo stesso regista) capace di far confluire ogni sequenza all’interno di quella successiva. La struttura circolare data dal mandala convive quindi con un movimento interno molto più libero, che permette al film di passare da un luogo all’altro senza seguire la geografia e da un argomento al successivo senza spezzare la continuità del discorso.
Seguendo questo flusso si passa senza continuità dalla dimensione spirituale a quella umana, fino ad arrivare all’anima industriale della società contemporanea. Il ciclo riguarda infatti anche ciò che produciamo e consumiamo: fabbriche, allevamenti, catene di montaggio e rifiuti sono tutti parte di un sistema che continua a ripetersi (crea, utilizza, consuma, sostituisci). Lo stesso principio può essere applicato ai movimenti delle folle, all’alienante traffico delle metropoli e ai gesti ripetitivi dei lavoratori, per cui veniamo inondati da un costante mutamento che sembra riguardare ogni aspetto dell’esistenza. Tutti questi processi vengono accostati perché condividono una caratteristica: non rimangono mai fermi in una condizione, ma fanno parte di un sistema sempre in movimento. Un movimento che richiama inevitabilmente un altro concetto, quello del pánta rheî, il “tutto scorre”, secondo cui la realtà non può essere colta in una condizione stabile e immutabile.
A rendere percepibile questo movimento contribuisce il marchio di fabbrica di Fricke: il timelapse. Già avevamo sottolineato l’uso di questa tecnica in Baraka, ma qui assume un ruolo ancora più centrale vista la tematica trattata e il continuo confronto tra l’anima umana e quella industriale. A occhio nudo è impossibile capire fino in fondo il movimento che caratterizza ogni secondo sulla Terra, perciò il timelapse si presenta come lo strumento ideale per comprimere il tempo e rendere visibili processi che normalmente percepiamo in maniera frammentaria. La metropoli diventa viva, le automobili sono flussi incessanti di luci e le persone sembrano seguire tutte una stessa direzione, quasi fossero parte di un unico grande meccanismo messo a nudo attraverso l’alterazione della nostra abituale percezione temporale. La tecnica non crea artificialmente questo movimento, ma permette di osservare sotto una nuova luce qualcosa che era già davanti ai nostri occhi.
Perciò, la lezione di Samsara riguarda il modo in cui il tema di un documentario non debba limitarsi soltanto a ciò che mostriamo, ma possa influenzare anche le scelte con cui decidiamo di renderlo percepibile, soprattutto quando abbiamo a che fare con qualcosa che non può essere tangibile in maniera diretta. In questo caso, è il concetto stesso di samsara a orientare le situazioni da riprendere, suggerire la struttura circolare del mandala, guidare il flow tra immagini registrate a migliaia di chilometri di distanza e trovare nel timelapse uno strumento ideale per rendere visibili trasformazioni normalmente troppo lente o frammentarie per essere colte. Tema, struttura e tecnica finiscono così per lavorare nella stessa direzione, rafforzandosi a vicenda invece di procedere come elementi separati.
Se con Baraka avevamo visto quanto le immagini potessero bastare a se stesse per raccontare il mondo senza bisogno di essere continuamente accompagnate dalle parole, con Samsara si fa un passo in avanti. Fricke parte da qualcosa che non può essere filmato direttamente, come la ciclicità dell’esistenza e l’impermanenza del tempo, e cerca per quasi cinque anni le sue manifestazioni concrete in giro per il pianeta. In una seconda fase le organizza, le mette in relazione e le racchiude all’interno di una struttura capace di restituirci almeno una parte di quell’incessante movimento. Un autentico gioiello che mette in luce un principio fondamentale del travel filmmaking: raccontare un viaggio con le immagini significa trovare gli strumenti giusti per dare una forma visibile anche a ciò che, normalmente, non possiamo osservare direttamente.
Regia di Ron Fricke
Scritto da Ron Fricke, Mark Magidson
Fotografia di Ron Fricke
Montaggio di Ron Fricke, Mark Magidson
Musiche di Michael Stearns, Lisa Gerrard, Marcello De Francisci
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