Elvis, Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan. Questi sono solo alcuni dei mostri sacri che dominavano la musica mondiale e la controcultura alimentata dalle rivolte di fine anni Sessanta. A tutti questi artisti, oltre a una voce estremamente riconoscibile, era associata una caratteristica estetica che li rendeva dei veri e propri miti da venerare: il ciuffo di Presley, il taglio a scodella dei quattro ragazzi di Liverpool, il look ribelle e la fisicità androgina del gruppo britannico e la chioma scapigliata di Dylan. Si tratta di elementi che, non solo all’ascolto ma anche alla vista, li rendevano riconoscibili in tutto il mondo. Ecco, ora prendete tutto questo e lasciatelo da parte.
Perché la storia raccontata e ricostruita nel documentario di cui vi parliamo oggi è quella di un musicista che, vi assicuro, non ha nulla da invidiare a questi mostri sacri e che al loro tavolo si sarebbe potuto sedere senza problemi. Ma rispetto ai suoi colleghi c’era una differenza sostanziale: nessuno sapeva chi fosse. Da qui prende il via uno dei documentari musicali più particolari e interessanti che potrete vedere, mentre la domanda rimane sempre e soltanto una: chi era Sixto Rodriguez e che fine ha fatto?
Come avrete capito, parliamo di Searching for Sugar Man, documentario scritto, diretto, co-prodotto e co-montato da Malik Bendjelloul che potete trovare in streaming su NOW e Sky. Uscito nel 2012 e vincitore del Premio Oscar per il miglior documentario, al centro del film c’è l’incredibile storia di conoscenza e riscoperta di Sixto Rodriguez, cantautore di Detroit che, dopo aver pubblicato due album rispettivamente nel 1970 e nel 1971, sparisce completamente nel nulla, al punto da far circolare voci secondo cui fosse morto di overdose, si fosse sparato (o dato fuoco) sul palco oppure fosse finito in galera. La cosa certa era che negli Stati Uniti nessuno sapeva chi fosse o aveva mai sentito una sua canzone, mentre in Sudafrica i suoi brani erano diventati il simbolo di un’intera generazione cresciuta durante gli anni dell’apartheid. La sua storia rimase sepolta nell’anonimato per circa venticinque anni, fino a quando Stephen ‘Sugar’ Segerman, proprietario di un negozio di dischi di Cape Town, e Craig Bartholomew Strydom, giornalista musicale sudafricano, iniziarono a muoversi tra Stati Uniti e Sudafrica per cercare di ricostruire la vita di un uomo di cui nessuno sembrava sapere nulla. Per scoprire se fosse vivo o se effettivamente fosse morto.
Il primissimo motivo per cui vi consigliamo il documentario è quello più “superficiale”: la sua musica. Se siete fan del movimento di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, quello di Woodstock per intenderci, fa sicuramente per voi. Ma il motivo “vero” risiede nella sua capacità di andare oltre il semplice documentario musicale. Lo abbiamo già visto con L’ascesa dei Red Hot Chili Peppers: bisogna evitare la semplice successione di date e successi del gruppo o dell’artista in questione. Il vero senso di un documentario del genere è di far rivivere il mito, tanto più se si tratta di una figura che molte volte viene lasciata ai margini. Se in quel caso il viaggio nei primi anni della band permetteva di riscoprire il ruolo centrale di Hillel Slovak, in Searching for Sugar Man l’operazione viene amplificata ancora di più. Si parte dalle testimonianze delle persone che hanno ascoltato Rodriguez e dalla sua musica per ricostruire la vita dell’artista e tutto l’immaginario che si è creato intorno a lui. Già solo per questo motivo risulta un documentario quantomeno necessario a rimettere sotto i riflettori una figura che la sua carriera discografica non era riuscita a far conoscere.
Nel riportare in auge la voce di Rodriguez e, chissà, forse anche la sua figura, Malik Bendjelloul riesce a costruire un racconto coinvolgente, che si evolve man mano che i nostri detective uniscono i puntini della loro ricerca. Non si tratta di un semplice documentario biografico realizzato per dire “mamma mia, quanto era bravo Rodriguez!”, ma di un vero e proprio racconto investigativo, che utilizza informazioni, indizi e testimonianze per dare un primo sguardo alla persona e all’artista, per poi allargarsi al progetto più ampio di riscoperta della sua musica. All’inizio, proprio come i due “detective”, conosciamo soltanto le sue canzoni, vediamo alcune fotografie e ascoltiamo le testimonianze frammentarie (proprio per questo capaci di alimentare quell’alone di mistero) di chi ha avuto modo di incrociare la propria vita con la sua. Ma su chi sia e su che fine abbia fatto non abbiamo ancora alcuna notizia.
Il ritratto iniziale di Sixto viene quindi composto attraverso le parole e i ricordi delle persone, senza arrivare a una risposta definitiva sulla sua identità. L’operazione compiuta dal regista è quella di alimentare ulteriormente il velo di leggenda intorno alla figura del cantante, in modo da spingerci ancora di più a scoprire chi fosse. Vi sembra di aver già incontrato una costruzione narrativa del genere? Se la risposta è sì, ottimo, perché è quella utilizzata da Orson Welles nel 1941 in Quarto Potere, il film che ha dettato molti dei canoni del racconto investigativo: la ricerca e la ricostruzione di un uomo attraverso testimonianze dirette e leggende metropolitane, dove la scoperta finale è quasi al servizio del fascino esercitato dall’enigma e dal percorso necessario per risolverlo. L’impostazione narrativa utilizzato da Malik Bendjelloul è quindi quella tipica del film investigativo, non solo riguardo alla persona-Rodriguez, ma anche sulla sua musica e sul significato che ha assunto.
Eppure, quello che in questo modo potrebbe sembrare un documentario lontano, per così dire, dai nostri interessi trova la propria originalità nella scelta di comporre la scoperta di Rodriguez attraverso un vero e proprio viaggio di ricerca. Invece di partire direttamente da lui, il regista si mette al fianco dei due fan-detective per far sentire lo spettatore parte di questa affascinante sfida. Tra automobili e aerei, i protagonisti si muovono tra Stati Uniti (Detroit, soprattutto) e Sudafrica (Cape Town) per intervistare produttori, critici musicali e discografici che hanno lavorato con lui, in modo da costruire, tassello dopo tassello, un quadro sempre più completo e colorato dell’artista e della persona che era Sixto Rodriguez. Tutte le tappe e le persone che restituiscono un ricordo personale di ciò che lui era servono a far emergere il lato musicale di Rodriguez, un terreno che prepara automaticamente un altro viaggio che parte dai suoi testi e arriva dritto dritto nel Paese in cui la sua voce risuonava come un vero e proprio inno di lotta sociale: il Sudafrica dell’apartheid.
Il percorso si sviluppa così su due livelli. Il primo è quello fisico, del viaggio nel senso più letterale, fatto di spostamenti tra Stati Uniti e Sudafrica, ricerca di indizi e incontri con le persone che conservano una traccia del passaggio di Rodriguez nella propria vita o nelle proprie cuffie. Il secondo, altrettanto importante, è quello culturale e storico che si nasconde dietro i suoi brani, per lungo tempo la principale testimonianza pubblica del suo passaggio, ma proprio per questo dotati di una forza potentissima. Senza interrompere la ricerca con spiegazioni didascaliche, il “viaggio sociale” partito dai brani ci porta negli archivi della censura sudafricana per mostrarci i testi originali del capolavoro I Wonder (censurato in alcuni versi), ci fa ascoltare le parole di chi visse quel periodo e soprattutto ci immerge nei testi, il vero terreno attraverso cui comprendiamo come i suoi brani siano diventati, a sua insaputa, un grido di libertà per la gioventù e un punto di riferimento per la controcultura sudafricana.
Il tentativo di cercare un uomo dato per morto trasforma il viaggio fisico in quello compiuto dalla sua musica dentro le persone che l’hanno ascoltata e interiorizzata. Partiti dalla grigia Detroit senza ottenere alcun risultato, Cold Fact e Coming from Reality, i suoi unici album ufficiali, diventano clamorosamente oggetto di culto dall’altra parte del mondo, acquisendo un significato impensabile per lo stesso Rodriguez. Il fatto che di lui si conoscessero soltanto la voce e un paio di fotografie permetteva agli ascoltatori di entrare in una sorta di contatto diretto con il suo canto, la sua chitarra e le sue parole, senza alcun filtro che ne influenzasse la ricezione. Seguendo il percorso scandito dai brani, che compongono l’intera colonna sonora, lo spettatore conosce Rodriguez attraverso il sentito dire e la sua arte, proprio come poteva fare un suo ascoltatore negli anni Settanta. La speranza di chi guarda, però, è che la ricerca porti al risultato sperato.
Ed è la regia, con le tecniche utilizzate, ad alimentare il mistero intorno al cantautore. Bendjelloul nasconde di proposito il viso di Rodriguez per buona parte della narrazione, lasciando che la sua immagine venga inizialmente idealizzata dallo spettatore attraverso fotografie, ricordi e brevi sequenze animate che sostituiscono le immagini mancanti della grigia Detroit degli anni Settanta. Un’atmosfera continuamente sospesa e quasi magica, alimentata anche dalla grana del Super8 utilizzato dal regista (successivamente imitata con un’app per iPhone quando i fondi per il film finirono) e dal contrasto di luce con cui vengono mostrate le due città di Sixto: Detroit, fredda e decadente con toni scuri; Cape Town, luminosa e dai colori caldi. Due ambientazioni differenti, riprese in maniera differente, in modo da riflettere da un punto di vista cromatico le due vite di un artista dimenticato dalla sua città natale e diventato mito dall’altra parte del mondo.
Da un punto di vista pratico, oltre a tradurre visivamente l’anima dell’artista, Searching for Sugar Man ci insegna che l’accesso al protagonista non deve necessariamente avvenire in maniera diretta. Quando il personaggio non è presente, è assente o dobbiamo andare letteralmente a cercarlo, è possibile comporne progressivamente il ritratto attraverso le testimonianze di chi gli ha parlato, di chi lo ha ascoltato e di chi è arrivato quasi a divinizzarlo. L’importante è che le diverse voci contribuiscano all’avanzamento del racconto, evitando che ciascuna si limiti a ripetere ciò che è già stato detto. Lo stesso discorso vale per la colonna sonora: la scelta di utilizzare soltanto brani originali di Rodriguez permette alla sua musica di diventare una forza narrativa a sé stante, capace di raccontarne il pensiero e la visione del mondo prima che sia lui stesso a farlo. Bendjelloul dimostra così che, in un documentario, un personaggio può emergere dalle tracce lasciate negli altri e nelle opere che ha creato. Non è sempre necessario che sia lui a prendere direttamente la parola.
La musica di Rodriguez ha viaggiato molto più di lui, attraversando l’oceano, superando la censura e diventando parte dell’identità di persone che non sapevano nulla di lui. Searching for Sugar Man compie il viaggio contrario: segue quelle canzoni fino alla loro origine e restituisce finalmente un volto all’uomo che le aveva scritte.
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Regia di Malik Bendjelloul
Sceneggiatura di Malik Bendjelloul, Stephen 'Sugar' Segerman, Craig Bartholomew Strydom
Fotografia di Camilla Skagerström
Montaggio di Malik Bendjelloul
Musiche di Sixto Rodriguez
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