The Last Tourist
Siamo nati per esplorare. Siamo nati per ricercare nuove esperienze e imparare da altre culture. Ma a un certo punto, tu diventi un turista che si disconnette con il luogo in cui si reca.
Siamo in pieno periodo vacanze. Il momento in cui si preparano le valigie e si parte verso una nuova meta per conoscerne la storia, per entrare in contatto con le persone e per conoscere con nuovi luoghi da portarsi dentro per tutta la vita. Se si intende raccontare il viaggio attraverso la macchina, quel che si richiede è, prima di tutto, una profonda conoscenza di ciò che significa davvero viaggiare: entrare in contatto con nuove culture, nuove comunità e nuovi luoghi. Un rapporto che, con la crescita sempre più evidente dell’overtourism, sembra essersi progressivamente spento per lasciare spazio a forme di viaggio sempre meno etiche.
Gli effetti di questi nuovi modelli turistici, che portano le persone a spostarsi in un luogo senza entrarvi davvero in relazione, sono al centro del documentario di cui vogliamo parlarvi oggi: The Last Tourist. Realizzato nel 2021 da Tyson Sandler, il film mette sotto la lente d’ingrandimento gli effetti distruttivi del turismo di massa e delle sue forme più irresponsabili, analizzando i comportamenti del turista contemporaneo e le conseguenze create dalle pratiche diffuse dell’industria turistica.
Disponibile in streaming gratuito su Plex, il documentario attraversa Paesi come Thailandia, Cambogia, Giamaica, Bahamas, Perù e Kenya per smascherare l’ipocrisia di un certo modo di viaggiare e per far crollare molti dei luoghi comuni costruiti sull’idea che con il passare degli anni il turismo stia diventando sempre più sostenibile e benefico nei confronti delle località visitate e delle popolazioni che le abitano. A prendere la parola sono soprattutto coloro che troppo spesso rimangono ai margini del racconto: membri delle comunità locali, ricercatori, operatori turistici, giornalisti e persino turisti che, dopo aver visto con i loro occhi la realtà che si cela dietro le “trappole per turisti” hanno deciso di svolgere un ruolo attivo per cambiare il proprio modo di viaggiare. L’obiettivo è uno solo: sensibilizzare lo spettatore prima della sua prossima partenza e sui viaggi che ha effettuato in passato.
Il documentario non si limita a condannare determinati comportamenti, spesso incentivati dalle stesse agenzie turistiche, ma pone una domanda tanto semplice quanto fondamentale: qual è la differenza tra un viaggiatore e un turista? Come racconta uno degli intervistati, l’essere umano nasce viaggiatore, spinto dal desiderio di esplorare luoghi e culture diverse, ma prima o poi rischia di trasformarsi in un semplice turista. Ed è proprio in questa riflessione che viene sintetizzato l’obiettivo del documentario: mostrare come il viaggio perda gran parte del suo significato quando il luogo visitato smette di essere vissuto e diventa soltanto un prodotto da consumare. In questo modo, territori, persone e culture finiscono per trasformarsi in attrazioni turistiche da fotografare anziché esperienze da comprendere e interiorizzare
Le intenzioni di The Last Tourist sono quindi ottime e più attuali che mai. Il motivo per cui lo consigliamo sta sicuramente nelle riflessioni che intende lasciare al termine della visione. Ma diciamo che è un consiglio con riserva. Il suo principale merito è quello di rivolgersi direttamente ai viaggiatori, invitandoli a ripensare al proprio ruolo come viaggiatore-turista, mostrando come anche gesti apparentemente innocui possano produrre un enorme effetto farfalla sull’economia, sulla cultura e sugli ecosistemi dei territori visitati. Il limite del documentario, però, inizia ad emergere nel modo in cui si sceglie di raccontare questo tema.
Il primo problema riguarda la quantità di temi affrontati. Nel corso di circa cento minuti vengono trattati l’overtourism, le crociere, i grandi resort, l’influenza dei social media sul modo di viaggiare, lo sfruttamento degli animali come attrazioni, il controverso fenomeno del volontarismo, la perdita delle tradizioni locali e la distribuzione dei profitti dell’industria turistica. Una quantità enorme di argomenti che, inevitabilmente, finisce per sacrificare la profondità dell’analisi. Si tratta di spunti di riflessione interessanti, ma ciascuno di essi avrebbe meritato maggiore spazio e contestualizzazione per poter comprendere meglio il rapporto causa-effetto
I problemi del turismo contemporaneo, infatti, vengono presentati da Sandler come fossero delle piccole pillole tematiche: mostrati con chiarezza, ma raramente approfonditi a dovere. Il documentario mostra, attraverso le parole dei protagonisti e le immagini, le conseguenze più evidenti del turismo di massa, ma non riesce (quasi sempre) a ricostruirne le cause, le responsabilità e i meccanismi che le hanno prodotte. Ne deriva una lunga serie di campanelli d’allarme, efficace nel suscitare una reazione immediata di sdegno in chi guarda, ma meno capace di alimentare una riflessione duratura che permetta di arrivare al nocciolo della questione. Al termine della visione i problemi da risolvere risultano evidenti, mentre rimangono molto meno definite le possibili soluzioni: ci viene mostrata soprattutto la punta dell’iceberg, mentre il corpo viene lasciato sotto l’acqua.
Questa sensazione di superficialità non dipende soltanto dall’elevato numero di argomenti affrontati, ma anche da alcune scelte registiche. La colonna sonora, spesso epica e fortemente drammatica, accompagna con insistenza sia le spettacolari immagini dei paesaggi naturali sia le sequenze dedicate allo sfruttamento degli animali e delle comunità locali, finendo per suggerire allo spettatore quali emozioni provare. Eppure, soprattutto nel documentario, è spesso la forza delle immagini a parlare da sola: un accompagnamento sonoro più discreto avrebbe probabilmente lasciato maggiore spazio alla realtà raccontata.
Anche dal punto di vista della costruzione narrativa emergono alcuni limiti. The Last Tourist adotta una classica struttura presente nel linguaggio documentario, ossia quella da talking heads. Vale a dire che il racconto si sviluppa sulla base delle interviste fatte a ricercatori, attivisti, operatori turistici e membri delle comunità locali che dettano lo sguardo dello spettatore, mentre le immagini svolgono prevalentemente una funzione illustrativa e di sottolineatura di quanto detto. Che sia una scelta scelta consolidata nel cinema documentario e, di per sé, efficace non ci sono dubbi. A fare la differenza tra una struttura ben riuscita e una struttura confusa, però, è il modo in cui viene utilizzata.
Il montaggio procede infatti a un ritmo eccessivamente elevato. Le testimonianze restituite dalle interviste vengono spesso ridotte a poche frasi incisive, immediatamente seguite da un nuovo interlocutore, da un altro dato o dal passaggio a una destinazione differente. Un ping-pong di informazioni diverse che da un lato restituisce una velocità che consente di mantenere alta l’attenzione, ma dall’altra finisce per diventare controproducente ai fini della narrazione: il ritmo serrato impedisce alle idee di sedimentare e allo spettatore di comprendere davvero la portata dei problemi affrontati. Più che accompagnarci dentro un ragionamento, il documentario corre da un tema all’altro, lasciando la sensazione di sfiorare continuamente le questioni senza mai entrarvi fino in fondo.
È proprio qui che sembra mancare una mano autoriale più decisa. Non nella qualità della ricerca o delle testimonianze raccolte, che comunque hanno un loro peso specifico, ma nella capacità di selezionarle e organizzarle all’interno di un discorso preciso. Quando si affronta un tema vastissimo come quello del turismo contemporaneo, sul quale si potrebbe parlare per giorni, il compito del regista risiede soprattutto nella capacità di decidere che cosa raccontare e, soprattutto, che cosa lasciare fuori. Ogni documentario è una selezione della realtà: più un argomento è complesso, più diventa necessario individuare una linea narrativa chiara e concedere ai temi centrali il tempo necessario per emergere. La sintesi non significa raccontare tutto velocemente: significa comprendere che cosa sia davvero indispensabile al proprio punto di vista.
Per questo consigliamo, comunque, The Last Tourist. Pur mostrando i limiti di un racconto che vuole dire troppo in troppo poco tempo, resta un documentario capace di porre domande urgenti sul nostro modo di viaggiare e sul rapporto che instauriamo con i luoghi attraversati. Allo stesso tempo rappresenta una lezione preziosa per chi desidera raccontare il viaggio attraverso il cinema (o il video): un tema importante non basta. Serve uno sguardo autoriale capace di scegliere, approfondire e rinunciare. Perché, proprio come un viaggio, anche un documentario è fatto di scelte... e sono quelle, più di ogni altra cosa, a determinarne la forza.
GUARDA THE LAST TOURIST SU PLEX
Regia di Tyson Sandler
Sceneggiatura di Jesse Mann, Tyson Sandler
Fotografia di Stephen Chandler Whitehead
Montaggio di Jesse Mann
Musiche di Anthony Fung, Anton Peterson, Heidi Webster
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