The Odissey
Dopo anni di guerra nessuno poteva impedire ai miei uomini di tornare a casa, nemmeno io
Ormai non si sente parlare d’altro. Sui social e per le strade, se si parla di cinema, tutti in questo momento staranno citando The Odyssey, trasposizione cinematografica del poema di Omero e ultima fatica portata a termine da Christopher Nolan. Uscito nei cinema di tutta Italia giovedì 16 luglio 2026, il nuovo film del regista di Interstellar entra di diritto tra i titoli più importanti usciti quest’anno e, al tempo stesso, si presenta come uno dei film che più di altri può essere interessante per osservare come riscrivere e costruire un viaggio. Nonostante sia lontanissimo dall’immaginario del travel film/documentary, come lo era anche la trilogia de Il Signore degli Anelli, non possiamo non scrivere qualche parola sulla trasposizione cinematografica del viaggio probabilmente più conosciuto mai raccontato.
La trama si sviluppa sulla falsariga del poema, seppur con le dovute variazioni del regista. Al termine della guerra di Troia, Ulisse intraprende insieme ai suoi uomini il viaggio di ritorno verso Itaca, dove lo attendono la moglie Penelope e il figlio Telemaco. Avendo tradito la sacra regola dell’ospitalità di Zeus, quello che doveva essere un viaggio di rientro seguendo la rotta del mare si trasforma in un interminabile tragitto lungo dieci anni, durante il quale lui e i suoi compagni devono affrontare tempeste, naufragi, creature mostruose e soprattutto l’ira degli dèi. Mentre l’“eroe” (capirete il perché delle virgolette) cerca di tornare in patria, vediamo come la situazione sull’isola stia progressivamente peggiorando, con i Proci intenti a impossessarsi del trono lasciato vacante dall’assenza di Odisseo.
Consigliamo The Odyssey, innanzitutto, per farsi travolgere da un’esperienza cinematografica totale che al di fuori della sala perderebbe gran parte della propria potenza. Le riprese realizzate in IMAX 70 mm (primo lungometraggio della storia a essere girato completamente in questo formato) restituiscono immagini dalla qualità altissima che esaltano soprattutto gli spostamenti via mare del protagonista, rendendo la sua presenza minuscola rispetto all’immensità degli spazi naturali nei quali è costretto a divincolarsi per sperare di rivedere casa.
Non si tratta solo di inquadrature spettacolari, ma sono immagini che servono per rispecchiare la condizione in cui si trova il protagonista. L’immensità del mare e la sua potenza (ad esempio nella scena della tempesta) che si imbatte sull’imbarcazione di Ulisse, evidenziano la piccolezza di Ulisse rispetto a quanto lo circonda e sottolineano la sua tracotanza (il concetto di hybris) nei confronti delle divinità che ha osato sfidare. La messa in scena riesce così a ridimensionare il suo ruolo nel mondo rispetto alla grandezza degli dèi, che qui non si palesano come persone fisiche, fatta eccezione per Atena, ma fanno sentire la propria presenza soprattutto attraverso agenti atmosferici e insidie lungo il percorso.
Sono proprio il movimento e le deviazioni forzate dall’ira degli dèi a permettere a Ulisse di iniziare un viaggio dentro di sè oltre che fisico. Tutti i mitologici imprevisti, da Polifemo a Scilla e Cariddi, passando per Circe, Tiresia e il canto delle Sirene, sono ostacoli che lo mettono costantemente di fronte alla perdita dei propri compagni e a un senso di colpa sempre più difficile da ignorare, costringendolo a confrontarsi con ciò che la guerra lo ha fatto diventare. In questo modo Nolan rilegge il mito epico-classico in chiave contemporanea. Il viaggio di Ulisse non mostra solo il ritorno di un eroe verso casa, ma diventa uno strumento per parlare di guerra e delle sue conseguenze psicologiche mostrando , tappa dopo tappa, il caos provocato dalle sue azioni e da quella che doveva essere la sua qualità principale: l’astuzia.
Proprio in questa costante difficoltà emerge il nucleo centrale che ci interessa rimarcare. Nel rapporto viscerale (quasi personale) che si instaura tra il viaggio e il suo protagonista, ma anche nel rapporto che Ulisse intrattiene con gli altri componenti dell’equipaggio, emergono il trauma e i sensi di colpa che lo accompagnano fino al ritorno a casa. Da questo punto di vista, gli ostacoli che incontra lungo la traversata del Mediterraneo non sono soltanto prove fisiche estreme imposte dal disegno degli dèi, ma diventano anche un modo per esternalizzare e rendere visibili i suoi demoni interiori e le conseguenze delle azioni compiute durante il conflitto.
Proprio qui troviamo una rilettura molto interessante per chi vuole raccontare un viaggio: partire da uno dei temi più antichi legati a questo tipo di narrazione, vale a dire il concetto di nostos. Inteso nell’etimologia greca come il ritorno verso casa, il suo significato si amplia facendo sì che a dover tornare non sia soltanto l’eroe sopravvissuto a Troia, ma soprattutto l’uomo che si cela dietro questa maschera. Lavorando su questo sottotesto, il film trasforma l’avventura mitica di Ulisse anche in un conflitto tra ciò che era prima della guerra e ciò che è diventato, nel tentativo di recuperare una dimensione umana che anni di combattimenti hanno progressivamente sepolto. La destinazione finale non rappresenta soltanto la “casa” da raggiungere, ma anche il punto d’arrivo di un percorso per ritrovare se stesso. Se ci fate caso, la situazione a Itaca rimane costantemente sul filo del rasoio, proprio come l’animo travagliato del protagonista.
Un passaggio particolarmente interessante avviene durante la permanenza da Calipso. Bloccato per sette anni sulla sua isola mangiando i fiori di loto, Ulisse perde progressivamente la memoria, rischiando di dimenticare non soltanto ciò che ha vissuto, ma persino la ragione per cui dovrebbe continuare il proprio viaggio. L’ostacolo, a questo punto, non è più unicamente Polifemo, Scilla, Cariddi o Circe, ma la sua stessa identità. Per tornare a Itaca deve prima ricordare perché vuole tornarci. È uno spunto molto interessante perché dimostra come gli impedimenti che separano un personaggio dalla propria destinazione non debbano essere necessariamente fisici o geografici: possono essere anche interiori e diventare il cuore del racconto.
Un altro elemento distintivo del film è l’uso che viene fatto del sonoro, che assume sia una funzione narrativa sia una funzione soggettiva. Nel primo caso è emblematico il suono prodotto dallo scoccare della corda dell’arco, elevato come elemento non solo distintivo, ma anche identitario nel finale del film. Nel secondo caso, nella sequenza dedicata al canto delle Sirene, il lavoro sul suono si sposta sul piano immersivo, quando i soldati sulla barca iniziano a tapparsi le orecchie con la cera per non sentirne il richiamo. La percezione sonora dello spettatore cambia insieme alla loro e così vediamo in lontananza le “cantatrici del mare”, ma non ne sentiamo il canto.
Sta proprio qui la lezione tecnica più immediata e replicabile. Il sonoro è fondamentale per costruire una narrazione completa e può essere strutturato su più livelli per aumentare il coinvolgimento dello spettatore. Non si tratta soltanto di utilizzare immagini in soggettiva per assumere il punto di vista del protagonista, ma di lavorare anche su ciò che sente (letteralmente) per farci comprendere come stia vivendo quel determinato momento. Il suono può diventare, a tutti gli effetti, un punto di vista e trasformare lo spettatore in un membro dell’equipaggio di Ulisse.
Possiamo dire allora che The Odyssey dimostra così come anche il viaggio più conosciuto della storia possa essere raccontato attraverso una lente nuova, non più incentrata esclusivamente sul grande eroe greco, ma su un uomo le cui decisioni hanno lasciato conseguenze profondissime su se stesso e sulle persone che lo circondano. Per chi racconta storie di viaggio, le lezioni che vi consiglio di portarvi dietro sono tre. La prima: possiamo partire anche da storie e itinerari già conosciuti, purché troviamo un punto di vista personale per renderle uniche. La seconda: prima di costruire il percorso dobbiamo capire quale trasformazione vogliamo far attraversare al protagonista e utilizzare tappe e ostacoli per farla emergere. La terza: immagini e suoni devono lavorare insieme per far vivere quella stessa esperienza a chi sta guardando. È da qui che un viaggio smette di essere semplicemente mostrato e inizia davvero a essere raccontato.
Regia di Cristopher Nolan
Sceneggiatura di Cristopher Nolan
Fotografia di Hoyte van Hoytema
Montaggio di Jennifer Lame
Musiche di Ludwig Göransson
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