Partire per due giorni di svago, per staccare dalla normalità schiacciante di tutti i giorni e vedere la propria vita cambiare per sempre. Può bastare un solo evento improvviso per ribaltare completamente le carte in tavola e trasformare quello che era un fine settimana di piacere in un viaggio capace di far riscoprire una libertà prima impensabile. Sono passati 35 anni, ma Thelma & Louise di Ridley Scott (1991) continua ancora oggi a non perdere nemmeno un briciolo della sua potenza esplosiva e folgorante. Fin dalla sua uscita, l’avventura vissuta dalle due amiche interpretate da Geena Davis e Susan Sarandon rappresenta uno degli esempi più efficaci di utilizzo anticonvenzionale del viaggio, trasformato da semplice evasione in un percorso di autoaffermazione personale e sociale. Oggi potete guardarlo comodamente in streaming su MUBI e i motivi per cui rappresenta un film imprescindibile sono diversi. Ma andiamo per gradi.
Thelma è una casalinga intrappolata in un matrimonio soffocante, mentre Louise è una cameriera pragmatica, decisa e intraprendente. Le due amiche decidono di partire per un weekend lontano dalla normalità a bordo della loro Thunderbird decappottabile, ma la prima sosta in un locale notturno cambia completamente i loro programmi: dopo il tentativo di stupro subito da Thelma, Louise spara e uccide l’aggressore. Convinte che la polizia non avrebbe mai creduto alla loro versione dei fatti, decidono di fuggire verso il Messico, attraversando i paesaggi del West americano e scoprendo progressivamente quanto quella fuga rappresenti, in realtà, tutto ciò che non hanno mai avuto.
Il viaggio in Thelma & Louise rappresenta il principale strumento di emancipazione femminile e, allo stesso tempo, il terreno su cui costruire una critica alla società americana patriarcale. Il weekend tra amiche, nato proprio per allontanarsi dalla normalità, finisce paradossalmente per metterle ancora più a contatto con quella stessa realtà tossica e misogina (ben rappresentata, fin dall’inizio, dal marito di Thelma) dalla quale stanno cercando di prendere le distanze. Ma è proprio il modo in cui affrontano gli ostacoli e reagiscono alle situazioni in cui si ritrovano a mostrare loro una possibilità di decidere il proprio destino, grazie a un raggio di azione che fino a quel momento era rimasto, soprattutto per Thelma, fortemente limitato.
Ed è l’avanzare stesso del viaggio, insieme alle conseguenze che produce sulle due protagoniste, a mettere gradualmente in secondo piano la destinazione. Il Messico rimane formalmente l’obiettivo da raggiungere, ma smette poco alla volta di essere il vero centro del racconto, trasformandosi soprattutto in un motivo per continuare a stare sulla strada e non fermarsi. Anche lo spettatore finisce quasi per dimenticare dove stiano cercando di arrivare, perché sono le stesse due protagoniste a comprendere gradualmente che il vero punto d’arrivo del viaggio non coincide con una destinazione fisica. Continuare ad avanzare diventa così più importante che arrivare, perché è proprio nel movimento continuo che sperimentano quella libertà che la loro vita precedente non aveva mai concesso loro.
Quello che stupisce guardando il film è il fatto che lo spettatore riesce sempre a parteggiare per le due ragazze. Nonostante le loro azioni diventino via via sempre più gravi (omicidio, rapina a mano armata, minacce a un poliziotto ed esplosione del camion) la sceneggiatura è scritta in maniera tanto accurata (premio Oscar) da permetterci di comprenderne continuamente le motivazioni. Thelma e Louise sono delle anti-eroine che agiscono in maniera estrema all’interno di un contesto che rende comprensibili le loro scelte, ed è proprio questo a evitare che il film si trasformi in un’accozzaglia di crimini. A differenza di un film come Gangster Story (Bonnie e Clyde, 1967), le protagoniste non ci vengono presentate come criminali per natura, ma come due ragazze normalissime che arrivano a compiere azioni estreme come ultimo atto per reagire alle ingiustizie subìte fino a quel momento.
Per rendere credibile questa evoluzione, il film costruisce intorno alle protagoniste un contraltare altrettanto forte. Personaggi come Darryl, Harlan, J.D. (un giovane Brad Pitt) e il camionista rappresentano diverse forme di controllo, abuso, manipolazione e misoginia, tutte sfaccettature che contribuiscono a rendere ancora più comprensibile la ribellione delle due donne. Però non si può ridurre Thelma & Louise solo a uno scontro tra “uomini cattivi e donne buone”, dato che un briciolo di speranza nel sesso maschile sta nel personaggio di Hal (il detective incaricato di ricercarle), uno dei pochi personaggi maschili (se non l’unico) capace di mostrare una reale empatia nei loro confronti e, soprattutto nel modo in cui cerca di comprendere Louise, una sensibilità che lo distingue di netto dagli altri uomini incontrati a lato della strada.
Il motivo principale per cui il film funziona sta proprio nel costante equilibrio tra elementi tra loro contraddittori. Le azioni delle protagoniste diventano man mano sempre più gravi, ma al tempo stesso aumenta l’empatia dello spettatore perché ne comprendiamo le motivazioni; la loro condizione di fuorilegge diventa sempre più irreversibile e, contemporaneamente, cresce la sensazione di libertà e l’idea che per la prima volta possano sentirsi padrone delle proprie vite. Da semplici criminali, le due vengono così trasformate in anti-eroine che il viaggio plasma progressivamente, senza però mettere in scena un vero e proprio ribaltamento dei ruoli.
Il tempo trascorso sulla decappottabile e il confronto con un mondo prevalentemente maschile permettono infatti alle due di contaminarsi a vicenda. Thelma, partita timorosa, insicura e ingenua, acquisisce a poco a poco un’autonomia e una determinazione che inizialmente sembravano appartenere soprattutto all’amica; Louise, al contrario, mantiene quasi sempre la propria capacità di giudizio e di iniziativa, ma lascia emergere una fragilità che nelle prime fasi del film sembrava riuscire a tenere sotto controllo, facendo intuire anche quanto il suo atteggiamento da ”dura” fosse in realtà una corazza per nascondere delle ferite passate. Il momento decisivo in cui i loro caratteri iniziano a fondersi arriva dopo il furto dei soldi da parte di J.D.: un nuovo evento scatenante che porta Thelma a prendere per la prima volta davvero l’iniziativa, mentre Louise subisce il contraccolpo emotivo (quasi l’opposto di quanto avvenuto all’inizio con l’omicidio di Harlan).
Anche a livello di costruzione, il film presenta un meccanismo a incastro perfetto, in cui ogni evento interviene in maniera attiva nell’effetto farfalla scatenato dall’omicidio iniziale. Da quel momento, il film prosegue attraverso una successione di conseguenze nate da questo o da quest’altro crimine, cosicché il livello di rischio percepito dalle due ragazze sia sempre maggiore e il film si faccia sempre più incalzante. Questa escalation continua, fino all’ultimo e iconico frame, fa sì che il film si discosti molto presto dall’essere considerato una semplice avventura on the road, passando in maniera naturale dal buddy movie al road movie più classico, fino a incorporare elementi crime e addirittura western (pistole, cappelli, canyon). A sostenere questo cambio di registro continuo è il modo in cui la narrazione decide di mostrare il viaggio delle due protagoniste al fianco dell’indagine che sta compiendo la polizia per ritrovarle, contribuendo a mostrare i due punti di vista e a mantenere quella tensione tipica di un buon chase movie.
Registicamente parlando, una delle caratteristiche più evidenti è il contrasto tra gli spazi chiusi dell’inizio del film e gli spazi aperti che caratterizzano il viaggio. Inizialmente, le due amiche ci vengono presentate all’interno di una situazione soffocante: Thelma all’interno di una casa dominata dall’autorità tossica del marito, Louise nel lavoro e confinata nella cucina della tavola calda. Due spazi ristretti che diventano la rappresentazione visiva di una condizione femminile costantemente sottoposta a una forma di autorità maschile, fatta di obblighi, preclusioni e isolamento.
Con l’inizio della fuga, invece, lo sguardo della macchina da presa si apre sul paesaggio e accompagna le protagoniste attraverso strade, deserti e canyon enormi, ampliando progressivamente lo spazio che esse possono attraversare e abitare. La conquista di questi nuovi spazi di movimento, ancor prima delle loro stesse azioni, costituisce già un primo affronto nei confronti di una società che ha sempre assegnato loro luoghi e ruoli ristretti e prestabiliti, precludendo la possibilità di vivere quella libertà di movimento tradizionalmente concessa agli uomini. L’allontanamento fisico diventa così anche una conquista dello spazio fisico e, attraverso di esso, della libertà che ne consegue. Ridley Scott sfrutta per questo motivo i campi larghi per far parlare il paesaggio e trasformarlo in una componente attiva del viaggio, alternandoli con i numerosi primi piani sui volti delle protagonisti mentre sono a bordo dell’auto per permettere di seguire la loro evoluzione emotiva. Visivamente, queste due scelte permettono al film di diventare sempre più aperto proprio mentre le possibilità di fuga si fanno sempre più risicate.
Non è solo con queste tipologie di inquadrature che viene tradotta la loro conquista di autonomia, ma anche da un punto di vista iconografico e materiale. Innanzitutto, l’acquisizione degli spazi maschili si mostra con una progressiva appropriazione di oggetti solitamente associati a un genere “al maschile” come il western, con pistole, cappelli e viaggi nel deserto che entrano sempre più a far parte del raggio d’azione delle due protagoniste. Ma anche al genere del road movie stesso, spesso associato a due protagonisti uomini (esempio lampante è Easy Rider). Insieme a questo, durante il viaggio avviene anche una trasformazione visiva e stilistica che passa attraverso l’abbandono di oggetti legati al loro passato, soprattutto a quegli stereotipi di femminilità domestica come rossetti, anelli, gioielli e specchi. Questi oggetti, prima utilizzati per conformarsi alle aspettative di genere, durante la loro avventura vengono buttati via o scambiati (come l’orologio di Louise) con altre persone incontrate per strada, facendo sì che la trasformazione di Thelma e Louise passi non solo attraverso ciò che fanno, ma anche con ciò che si lasciano alle spalle.
Thelma & Louise offre moltissimi spunti di riflessione per chi vuole utilizzare il viaggio come strumento principale della narrazione. In primo luogo, un fattore che teniamo a sottolineare è l’importanza di far coincidere forma e contenuto. Non è solo la sceneggiatura a contribuire alla trasformazione emotiva e comportamentale delle protagoniste, ma è anche il modo in cui vengono filmate a sottolineare quanto non viene detto: il viaggio fa allargare gli spazi, cambiare i costumi e abbandonare gli oggetti della vita precedente, mettendo al centro la loro neonata possibilità di compiere scelte autonome. Questo significa ricordarsi che ogni elemento anche secondario della narrazione, come un accessorio, un gesto o il modo in cui viene occupato lo spazio, può giocare un ruolo centrale nella costruzione dei personaggi.
Il secondo fattore da tenere a mente è il controllo dell’escalation narrativa. Più la fuga prosegue, più il film aumenta il livello di rischio, senza però risultare mai posticcio o macchiettistico. Il merito di ciò sta soprattutto nella scrittura splendida che regge tutto il film, perché ogni nuova situazione nasce armoniosamente da quella precedente e non risulta mai fuori rotta rispetto al progredire degli eventi. La corretta gestione e presentazione degli eventi rappresenta un principio cardine del travel storytelling: incontri, deviazioni, imprevisti funzionano davvero quando nascono in maniera naturale e producono un effetto diretto nel proseguio della storia. Si tratta di una lezione valida per qualsiasi racconto di viaggio, Questo vale per ogni racconto di viaggio, dal più lineare al più fantasioso.
In fin dei conti, è proprio grazie alla fluidità con cui procede la parabola di Thelma e Louise che lo spettatore comprende la vera essenza del loro percorso. Non si tratta tanto di raggiungere il Messico, quanto di sottrarsi a una società che non ha mai permesso loro di essere libere e che le ha costrette ad agire in questo modo. Chilometro dopo chilometro, emerge come il vero viaggio coincida in realtà con un graduale e inarrestabile rifiuto dei ruoli imposti loro dalla società. La decapottabile che sfreccia sull’asfalto offre alle due amiche una possibilità di essere libere talmente profonda da rendere inimmaginabile un eventuale ritorno a quella vita. E il salto finale nel vuoto ne è la rappresentazione più assoluta.
GUARDA THELMA & LOUISE SU MUBI
Regia di Ridley Scott
Scritto da Callie Khouri
Fotografia di Adrian Biddle
Montaggio di Thom Noble
Musiche di Hans Zimmer
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