Tracks - Attraverso il deserto
Alcuni nomadi si sentono a casa ovunque. Altri si sentono a casa da nessuna parte, e io ero uno di quelli
Per quale motivo deve esserci sempre una motivazione dietro delle azioni folli? Perché una persona non può decidere di partire in solitaria per il puro gusto di volersi distaccare dalle persone e godere della solitudine? Forse la motivazione migliore è quella più semplice e immediata: la voglia di partire e di camminare perché non ci si sente più (o non ci si è mai sentiti) “a casa”. Così si apparecchia il viaggio compiuto da Robyn Davidson, 25enne che a metà degli anni Settanta raggiunge Alice Springs per iniziare una sfida che ha dell’incredibile. Il suo obiettivo è quello di addestrare quattro cammelli e attraversare l’Australia fino all’Oceano Indiano, seguita solo da loro e dal proprio cane. Nessun record, nessuna sfida fisica da vincere o limite da superare, solo la volontà di immergersi nella purezza del deserto.
Questa è la storia reale trasposta al cinema nel 2013 in Tracks - Attraverso il deserto, dopo un primo tentativo di adattamento che avrebbe dovuto vedere Julia Roberts protagonista. Con la regia di John Curran e una grande Mia Wasikowska nei panni di Robyn, il film è tratto dall’omonimo memoir scritto dalla stessa Davidson e prende il via nel 1975, quando la protagonista arriva ad Alice Springs. Qui inizia a cercare lavori e un posto dove dormire, prima in un bar e poi nelle fattorie dei dintorni dove può imparare a gestire i cammelli con cui, il 9 aprile 1977, partirà per un percorso di circa 2.700 chilometri attraverso il deserto australiano insieme al cane Diggity. Una scelta estremamente personale, ispirata anche dalla figura del padre, che nel 1935 aveva attraversato l’Africa orientale.
Per realizzare l’impresa Robyn ha però bisogno di denaro ed è quindi costretta ad accettare un compromesso che sembra in parte snaturare il proprio obiettivo iniziale. Contatta il National Geographic, che decide di sostenere economicamente il viaggio in cambio della possibilità di raccontarlo sulla propria rivista attraverso le fotografie di Rick Smolan (Adam Driver), incaricato di raggiungerla saltuariamente in alcune tappe della traversata. Il loro incontro crea il paradosso su cui si fonda buona parte del film: lei introversa e intenzionata a stare in completa solitudine, lui estroverso e pronto a starle accanto per fotografarla. Per poter compiere un viaggio nato dal desiderio di isolarsi, Robyn deve accettare che qualcuno continui periodicamente a invadere il suo spazio.
Tracks è un film intimissimo in grado di raccontare un survival movie senza trasformarlo in uno spettacolo fatto di estremizzazioni non necessarie. Deserto, scarsità d’acqua, fatica, caldo ed esperienze emotivamente durissime non vengono esaltati per rendere eccezionale la condizione vissuta dalla protagonista o trasformarla in un’eroina. Questo perché Curran non sembra intenzionato a concentrarsi sulla domanda “Riuscirà ad arrivare alla fine sana e salva?”, quanto a indagare il bisogno viscerale che può spingere una persona ad allontanarsi completamente dalla propria quotidianità e le conseguenze emotive che questo può comportare.
Di questo si parla: non ci sono altre motivazioni, come poteva essere il rifiuto della società da parte di Chris in Into the Wild o il superamento dei propri limiti visto in A Long Way from Nowhere. Non ci sono cose da dimostrare o un messaggio da comunicare, c’è semplicemente la voglia di partire e un bisogno di solitudine totale. Il film funziona perché proprio questa “non” motivazione viene trasformata dal viaggio fino ad assumere un significato ben più ampio. Quello di Robyn diventa, con il passare dei minuti e dei chilometri, una sorta di rito iniziatico non cercato, ma emerso progressivamente dalle situazioni vissute nella distesa di sabbia che la separa dall’Oceano. Lei parte piena di spirito ma anche con i primi timori, poi acquisisce consapevolezza dei propri mezzi nei mesi di “assestamento”. Nel momento in cui sembra aver trovato un equilibrio con i propri compagni di viaggio sperimenta la perdita, attraversa una profonda crisi e infine arriva a una risalita emotiva e personale.
Da un punto di vista cinematografico e narrativo si tratta quindi di un film che ribalta una concezione classica del viaggio. Spesso vediamo un protagonista partire proprio con l’obiettivo di ritrovare una connessione con sé stesso, mentre qui è il viaggio a definire il suo stesso significato. La rinascita diventa una conseguenza inattesa dell’avventura e sottolinea il ruolo catartico che il viaggio può assumere in maniera involontaria. Per Robyn il momento di svolta sembra arrivare quando inizia a incontrare le prime difficoltà fisiche e mentali del cammino: in questi momenti iniziano a riemergere flashback di alcune crepe legate al suo passato e così lo spettatore inizia a capire anche il background emotivo. I ricordi della propria infanzia legati alla madre, il rapporto con il padre e l’allontanamento da casa e dal proprio cane sono vecchie ferite che iniziano a riaffiorare fino a confondere memoria e allucinazione.
Come ogni film di viaggio che si rispetti, non si parla solamente di uno spazio fisico da attraversare, ma soprattutto emotivo e personale. In questo caso il connubio è diretto per via della condizione in cui si trova Robyn: la solitudine assoluta la costringe a fare i conti solamente con sé stessa e con quei ricordi che aveva cercato di tenere a distanza. Se spesso si rischia di sbilanciare la narrazione da una parte rispetto all’altro, Tracks riesce a far procedere parallelamente il fascino di un viaggio primordiale nella vastità del nulla e il percorso interiore vissuto dalla protagonista. La cosa migliore di questa doppia linea narrativa è il fatto che Curran decida di non servirsi di continue spiegazioni o frasi posticce che Robyn avrebbe potuto continuare a ripetere a se stessa. Al contrario, lascia che siano le immagini e la recitazione a raccontare l’introspezione psicologica di Robyn, rispondendo perfettamente alla regola dello show, don’t tell!
Ovviamente, anche l’ambientazione gioca un ruolo fondamentale nel viaggio e nella sua messa in scena. In questo caso, a differenza di molti altri film di questo genere, il deserto australiano non viene mai trasformato in una semplice immagine da cartolina o come uno spietato nemico. La fotografia di Mandy Walker, realizzata su pellicola 35mm, restituisce il deserto con i suoi spazi, i suoi colori e la sua bellezza, ma senza nascondere la durezza che comporta affrontarlo: i campi larghi sottolineano la vastità del territorio, ma dall’altro lato sottolineano quanto un viaggio in un luogo tanto desolato possa essere spietato. La necessità di trovare e trasportare acqua, gestire gli animali (parliamo sempre di 4 cammelli), percorrere ogni giorno distanze enormi e sopportare il caldo, ma anche il bisogno di confrontarsi direttamente con la morte, sono situazioni che vissute in solitudine possono condurre a momenti di grandissima crisi. Ne emerge una restituzione non idealizzata di ciò che il deserto dà e di ciò che toglie: è meraviglioso ed estremamente affascinante, ma entrarci significa anche accettarne le regole. E la prima è riuscire a sopravvivere, a qualsiasi costo.
Perciò un primo livello di lettura riguarda l’esperienza fisica e interiore del viaggio. Un secondo riguarda invece il modo in cui un luogo possa essere attraversato diversamente e assumere significati completamente differenti in base al nostro comportamento. Rick è il personaggio utilizzato per costruire il contrasto tra la ricerca di solitudine di Robyn e l’intrusione del mondo esterno alla sua storia. Le sue fotografie cercano di catturare (o costruire) immagini che restituiscano l’essenza del viaggio, ma è la presenza stessa dell’obiettivo a rompere la quiete ricercata dalla protagonista e l’intento degli scatti. Questo paradosso viene poi portato all’estremo quando la notizia della “signora dei cammelli” inizia a diffondersi e Robyn diventa un’attrazione mediatica per reporter e curiosi. Armati di macchine fotografiche, gli estranei invadono lo spazio suo e di Mr. Eddy, la guida aborigena che la accompagna tra le terre sacre, riducendo a spettacolo qualcosa che per lei dovrebbe invece essere estremamente privato.
Vengono messi così a confronto modi differenti di viaggiare. Da una parte c’è un’esperienza fondata sul tempo, sul vivere realmente il deserto, sull’ascolto e sul rispetto della sacralità dei territori; dall’altra uno sguardo più consumistico, che fotografa senza osservare davvero e trasforma luoghi e persone in qualcosa da raccogliere prima di passare rapidamente alla tappa successiva. È qui che la figura di Mr. Eddy assume il suo vero significato: oltre a guidare fisicamente Robyn, le permette di attraversare quel territorio conoscendone e rispettandone regole, cultura e tradizioni. Il loro incontro mostra così quanto conoscere un luogo significhi anche entrare in relazione con le persone che lo abitano.
Si può però parlare di doppia guida. Una è Mr. Eddy permette a Robyn di conoscere più profondamente il territorio che sta attraversando (viaggio fisico), l’altra è Rick dato che contribuisce a comprendere il significato di avere persone intorno a noi (viaggio interiore). Se inizialmente lei vive con insofferenza ogni volta che lo vedeva con la sua auto, con il passare dei chilometri la presenza del fotografo assume un significato diverso e fondamentale. Quando si propone di lasciarle delle taniche d’acqua lungo il percorso, Robyn inizia a comprendere che accettare l’aiuto non significa rinunciare alla propria indipendenza. È forse questo uno dei paradossi più belli di Tracks: un viaggio nato come strumento estremo per intrapreso per allontanarsi dalla società finisce per ricordare quanto gli altri siano importanti. La solitudine rimane uno spazio necessario per conoscersi, ma trasformarla in isolamento permanente non rappresenta una forma di libertà.
Tutto questo viene sostenuto da una regia che cerca di rispettare la solitudine ricercata da Robyn. Lo si sente (letteralmente) prima della partenza, quando gli amici vanno da lei ad Alice Springs e la musica arriva quasi a sovrastare il loro continuo vociare: una scelta semplice ma super efficace nel mostrare che mentre Robyn è fisicamente insieme a loro, si sente mentalmente altrove. Nel deserto Curran utilizza spesso campi larghi e movimenti di macchina che accompagnano la protagonista senza invaderne lo spazio, lasciandola piccola all’interno dell’immensità che ha scelto di attraversare. È evidente nei momenti in cui raggiunge una condizione di tranquillità, come quando si trova a fare un bagno nella quiete più assoluta e la macchina da presa rimane a distanza per lasciare che siano corpo, paesaggio, colori e silenzio a raccontarne lo stato d’animo. La posizione della macchina da presa finisce così per seguire la stessa evoluzione del personaggio: osservare senza invadere, per avvicinarsi soltanto quando Robyn stessa sembra finalmente disposta ad aprirsi.
Possiamo dire che la storia raccontata in Tracks dimostra come non ci sia necessariamente bisogno di partire da una grande missione, da un record o persino dalla ricerca consapevole di sé stessi. Può essere sufficiente il bisogno inspiegabile di muoversi e allontanarsi, purché siano poi il percorso, gli incontri e il territorio a costruirne progressivamente il significato. Robyn parte per stare sola e attraversare il deserto, ma proprio quella solitudine fa riemergere il passato e la costringe a riscoprire il valore delle persone. Quando alla fine raggiunge l’Oceano Indiano ed entra nell’acqua, dopo mesi trascorsi nella polvere e nell’aridità, l’immagine assume quasi inevitabilmente il valore di una rinascita. Non era partita per ritrovare sé stessa: è stato il viaggio, chilometro dopo chilometro, a trasformarsi in quella ricerca.
Regia di John Curran
Sceneggiatura di Marion Nelson
Fotografia di Mandy Walker
Montaggio di Alexandre de Franceschi
Musiche di Garth Stevenson
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