Una storia vera
Rose, tesoro. Ho intenzione di viaggiare di nuovo. E farò questo viaggio a modo mio.
Un tosaerba viaggia a circa 8 km/h. Pensate di salirci e partire per un viaggio lungo 400 km. Ecco, se questa vi sembra una follia, pensate che un uomo di nome Alvin Straight lo fece veramente e che da questa incredibile storia sia nato uno splendido film in grado di raccontare la potenza e il ruolo che può avere un’esperienza on the road nel cuore e nell’animo di una persona. Una storia vera (The Straight Story) è il film che decide di raccontare questa vicenda. Diretto dal maestro David Lynch, qui alle prese con il suo film più lineare, il film, uscito nel 1999 e disponibile in streaming gratuito su RaiPlay (e su MUBI), è un esempio perfetto per parlare di un travel film d’autore e della capacità del viaggio di farci tornare indietro e ripensare al passato. Ma partiamo dall’inizio.
Alvin Straight è un signore di 72 anni che conduce una vita serena. Vive nell’Iowa insieme alla figlia Rose e si reca tutti i giorni al bar con gli amici. Una sera come le altre arriva una telefonata che li avvisa che Lyle, il fratello con cui Alvin non parla da 10 anni, è stato colpito da un grave ictus. Il protagonista decide allora di andare a trovarlo nel Wisconsin per riconciliarsi, ma c’è un problema non da poco: la casa dista circa 400 km e lui non solo non ha la patente, ma si rifiuta di utilizzare i mezzi pubblici. Senza altre soluzioni possibili, l’unico mezzo disponibile è il suo vecchio trattorino tosaerba. Il risultato? Un’odissea (e siamo in tema) dolceamara fatta di colori autunnali, incontri e rivelazioni.
Il regista arriva al film due anni dopo Strade perdute e due anni prima di Mulholland Drive, due tra le opere più sperimentali e controverse che abbia mai realizzato. E se anche qui, come negli altri film lynchiani, il movimento in avanti, la scoperta e la ricerca sono la benzina che fa proseguire la narrazione, la differenza sta nel radicale cambio di atmosfere e di messa in scena. Verosimilmente, allontanandosi da quelle atmosfere oniriche e disturbanti che hanno caratterizzato il suo cinema, ci troviamo davanti a uno dei film più insoliti del regista proprio per la dolcezza e per le riflessioni che legano il viaggio di Alvin al viaggio che caratterizza tutti: quello della vita. Ed è proprio per questo che siamo qui a parlare e consigliare Una storia vera vivamente: per il modo in cui riesce a utilizzare il viaggio per trasformare una vicenda così intima e personale in qualcosa di universale.
L’improbabile epopea di Alvin parla, ovviamente, del rapporto con il fratello Lyle, ma soprattutto del tempo che passa, degli affetti trascurati, dei momenti che con la vecchiaia non potranno più tornare e della necessità di apprezzare e riconoscere il valore delle persone finché abbiamo la possibilità di stare insieme a loro. La riconciliazione dopo 10 anni di silenzio tra i due fratelli viene utilizzata come strumento per riflettere sul modo in cui guardiamo al passato e sulla possibilità, ultima e insperata, di provare a ricucire ciò che si era strappato prima che sia troppo tardi. La cosa strabiliante è la capacità di raccontare una storia così intimamente potente attraverso un viaggio all’apparenza minimale, che in realtà nasconde, chilometro dopo chilometro, una forza inesauribile: quella di un’esperienza capace di dare nuova vita a una persona e di offrirle la possibilità di fare i conti con gli errori del passato.
Fin dai primi chilometri macinati con il tosaerba, davanti ad Alvin si aprono le strade del Midwest americano (il cinema di Lynch ha sempre avuto un rapporto particolare con la provincia rispetto alla grande città), fatte di strade infinite, campi e cieli sterminati, mentre sul suo volto compare una felicità quasi infantile. Per un uomo anziano, abituato a una routine classica e spesso confinato nel suo piccolo paese, tornare a muoversi significa respirare nuovamente un senso di libertà che sembrava sparito (e che forse durante la giovinezza non ha mai avuto davvero). Lynch rende così subito riconoscibile il ruolo che il viaggio ha nella vita di Alvin, dato che non rappresenta soltanto un viaggio “in avanti” verso Lyle, ma molto di più. Ogni chilometro macinato con il tagliaerba lo porta sempre più a ritroso verso la propria giovinezza, le occasioni perdute e gli errori commessi.
Così il viaggio guida lo sguardo e la mente dello spettatore. Ma non solo. Esso rappresenta lo strumento narrativo che permette di conoscere sempre meglio Alvin: all’inizio sappiamo pochissimo di lui, soltanto la motivazione più immediata che lo spinge a compiere la sua impresa. Lynch evita la classica costruzione del travel film, secondo cui conosciamo già nel prologo il motivo per cui il protagonista parte per la sua personale avventura, e lascia invece che siano il tempo trascorso lungo la strada e, soprattutto, gli incontri a farlo emergere. Più si avvicina a Lyle, più comprendiamo perché quella riconciliazione sia così necessaria per lui. In questo modo il viaggio non è solo “cinematograficamente” necessario a mostrare il raggiungimento della meta finale, ma diventa lo strumento privilegiato attraverso cui riusciamo ad accedere al personaggio.
Infatti, come spesso accade nel cinema di David Lynch, anche qui il protagonista non viene esaltato o epicizzato e la sua interiorità emerge attraverso gli incontri lungo il percorso. Qui, al posto di sogni, visioni o ambienti disturbanti alla Twin Peaks, sono un trattorino, la strada, i paesaggi e gli incontri a riflettere ricordi, idee e pensieri di Alvin. Per un road movie questo meccanismo risulta particolarmente utile, perché ogni tappa può funzionare come strumento di svelamento del personaggio.
L’incontro con la ragazza incinta permette di parlare di famiglia, i giovani ciclisti consentono di affrontare il suo rapporto con la vecchiaia e con la nostalgia del passato, mentre il veterano di guerra fa emergere i traumi legati al conflitto mondiale, agli amici persi in battaglia e ai problemi con l’alcol nati da quelle esperienze. Tra tutte, la scena più emblematica è probabilmente quella che vede protagonisti due fratelli intenti a litigare mentre riparano un guasto del tosaerba di Alvin. Apertamente comica, ha però un peso specifico ben più profondo, dato che il protagonista conosce molto meglio di loro l’importanza del rapporto con i propri affetti e, soprattutto, quanto sia facile dare per scontati certi momenti.
Ogni incontro aggiunge quindi un pezzo che finisce per comporre il puzzle completo della personalità di Alvin.
I 400 km non servono quindi a trasformare Alvin nel senso più classico del termine, ma è il nostro sguardo a cambiare e a farsi sempre più interessato a conoscere la sua storia. Questo è un aspetto molto interessante per quanto riguarda lo storytelling di viaggio e il modo in cui vogliamo intendere lo spostamento del nostro protagonista. Un incontro lungo il viaggio, infatti, non deve necessariamente far avanzare la trama orizzontalmente, ma può essere utilizzato anche per conoscere il personaggio che stiamo seguendo e quindi far procedere la trama verticale. Storia personale e viaggio non sono separati, ma trattati insieme e per questo in costante contatto e influenza reciproca. Si tratta di una soluzione narrativa tanto semplice quanto efficace, in quanto consente al viaggio stesso di darci un accesso privilegiato e progressivo alla vita di Alvin, alle sue motivazioni e alle ragioni che lo spingono a salire a bordo del tagliaerba.
Ed è proprio il mezzo utilizzato dal protagonista per effettuare il suo viaggio ad avere un ruolo centrale. Il piccolo trattorino è sì un veicolo folle che rende memorabile il film, ma soprattutto è ciò che consente a Lynch di determinare il modo in cui raccontarlo. Muovendosi a 8 km/h, Alvin osserva e contempla il territorio ed è costretto periodicamente a fermarsi, a chiedere aiuto e a dormire lungo la strada. Per questo la velocità del mezzo determina il ritmo (a tratti quasi spirituale) del viaggio e del film, dando molto spazio al paesaggio e alla sua contemplazione. Aiutato dallo splendido lavoro del direttore della fotografia Freddie Francis, Lynch sfrutta la lentezza del mezzo per restituirci un Midwest autunnale (stagione non a caso tradizionalmente associata alla nostalgia e al trascorrere del tempo), fatto di campi, strade infinite e piccoli paesi che compongono un ritratto dell’America rurale. Tutti elementi che, uniti ai colori caldi del fuoco, delle albe e dei tramonti, contribuiscono a creare l’atmosfera dolce e malinconica che caratterizza il film.
Il tosaerba non contribuisce solo a definire il ritmo e le atmosfere del film, ma finisce per raccontarci qualcosa del protagonista dato che, proprio come lui, è lento, malandato e apparentemente inadatto a un viaggio tanto lungo. Eppure, nonostante tutte le perplessità nei loro confronti, entrambi continuano ad avanzare e Lynch non decide di trasformare questa ostinazione in una grande impresa eroica, ma preferisce mantenere Alvin nella sua dimensione quotidiana. A rendere ancora più efficace questa spontanea messa in scena contribuisce poi uno straordinario Richard Farnsworth, capace di trasmettere quasi tutte le emozioni del suo personaggio attraverso gli occhi, i sorrisi e la fatica fisica. Una semplicità tale da rendere credibile e, a tratti, quasi documentaristica una storia che, sulla carta, sembra uscita da un libro di fantasia.
Lo abbiamo già visto in altri casi (come Little Miss Sunshine), ma qui emerge in maniera ancora più evidente il ruolo che il mezzo di trasporto ha nel definire un racconto di viaggio. Un’auto, una bicicletta e un tosaerba, anche attraversando lo stesso luogo, lo raccontano in modo diverso, perché cambiano la velocità, le soste e gli incontri lungo la strada. In Una storia vera il mezzo crea una sorta di effetto farfalla: determina il ritmo, il ritmo genera le soste e le soste permettono gli incontri che ci fanno conoscere Alvin. Da qui nascono due insegnamenti molto pratici: quando costruiamo un racconto di viaggio non dobbiamo chiederci soltanto dove far andare il protagonista, ma anche come, perché la scelta del mezzo può determinare il ritmo e le situazioni che vivrà; allo stesso tempo, ogni tappa e ogni incontro possono essere utilizzati non solo per far avanzare il viaggio, ma come porte d’accesso al personaggio, capaci di svelarne progressivamente passato, motivazioni e interiorità.
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Regia di David Lynch
Sceneggiatura di John Roach, Mary Sweeney
Fotografia di Freddie Francis
Montaggio di Mary Sweeney
Musiche di Angelo Badalamenti
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