Up
"L'avventura è laggiù!"
“L’animazione è per bambini”. Mille volte si è sentita questa frase nel momento in cui qualcuno parla di cinema. Eppure, se il tuo obiettivo è raccontare un viaggio o un’avventura “nella natura selvaggia”, pochi strumenti sono potenti come l’animazione: liberandosi dai vincoli della realtà, può trasformare la partenza verso un luogo esotico in un’esperienza visiva e simbolica impossibile da ottenere altrimenti.
Up, realizzato nel 2009 da Pete Docter e Bob Peterson, è il decimo lungometraggio della Pixar e si presenta come uno degli esempi più azzeccati di animazione applicata al travel-adventure storytelling. Presente su Disney+, il film racconta la parabola di Carl Fredricksen, un uomo rimasto solo dopo aver condiviso con la moglie Ellie il sogno di raggiungere le Cascate Paradiso, un luogo remoto e quasi mitologico, alimentato dai cinegiornali d’avventura che i due guardavano da bambini. Quel viaggio, rimandato per anni a causa di ulteriori spese, diventa dopo la morte improvvisa di Ellie l’ultima promessa da mantenere.
Per questo motivo, al posto di lasciare andare il passato, Carl decide di portarlo con sé: lega migliaia di palloncini alla sua casa che, per magia, si alza da terra e inizia a volare diventando il mezzo di trasporto con cui raggiungere la destinazione. Ovviamente, non tutto può andare liscio, e quello che doveva essere un viaggio in solitaria viene incrinato dall’imprevista presenza di Russell, un giovane esploratore che sembra racchiudere tutta quella vitalità esplorativa che Carl ha perso insieme alla moglie.
Primo film d’animazione ad aprire il Festival di Cannes, Up è uno di quei film che vale la pena vedere se intendi raccontare storie di viaggio e avventura perché dimostra come sia fondamentale il bilanciamento tra avventura spettacolare-inverosimile (con la sospensione dell’incredulità permessa dall’animazione) e la storia intima-personale di Carl legata alla moglie (un peso emotivo decisamente adulto, già raggiunto l’anno prima con WALL-E).
Al tempo stesso però, il film premio Oscar (miglior film d’animazione e miglior colonna sonora) trova la sua potenza soprattutto nel rendere visibile il peso del viaggio attraverso la presenza costante della casa. Lo stesso principio è alla base anche della Trilogia de Il signore degli anelli con la presenza, proprio, dell’anello: avere un oggetto fisico come focus e simbolo della narrazione, con un ruolo sia nella trama che nel sottotesto, rende il film immediatamente riconoscibile rispetto agli altri. In fondo, come è possibile dimenticare la splendida casa sospesa grazie a tutti i suoi palloncini colorati nel mare blu del cielo?
In un normale racconto d’avventura, la casa sarebbe il luogo da cui ci si allontana. Qui diventa il mezzo con cui partire, il senso stesso del viaggio e un peso da portare sulle spalle, quello del passato che Carl non vuole per nessuna ragione lasciarsi alle spalle. Questo trattamento trasforma la casa nel motore narrativo del film: più Carl cerca di portarla con sé con tutti i suoi elementi, più il viaggio gli mostra che trattenere tutto non è possibile e che crescere significa anche andare avanti. La casa in volo è così un’immagine della tensione costante tra il rimanere bloccato nei ricordi e la necessità di guardare il futuro con occhio differente.
Pete Docter utilizza questa intuizione con grande coerenza. Man mano che l’avventura procede, la casa perde palloncini, si danneggia per la tempesta e diventa un vero e proprio fardello da trasportare. Questo non solo dal punto di vista pratico, ma anche interiore: è la trasposizione fisica del peso emotivo che Carl continua a portarsi dietro. È un perfetto esempio di visual storytelling, visto che la sua trasformazione interiore non viene spiegata attraverso dialoghi esplicativi, ma raccontata implicitamente attraverso le immagini che lo spettatore deve codificare. Questo anche perché l’espediente dell’animazione permette di dare forma concreta a un’emozione in una modalità nuova e unica nel suo genere. La casa volante funziona non solo perché è visivamente bizzarra e per un bambino decisamente suggestiva e a tratti magica, ma perché è in grado di raccontare da sola tutto il senso del film (e, quindi, del viaggio).
Nota di merito a Michael Giacchino per la splendida colonna sonora. I diversi brani che sentiamo durante il film riescono a trasmettere senza bisogno di parole i diversi stati d’animo dei protagonisti, e per comprenderlo basta sentire il tema Married Life. Il brano parte dopo la scena del matrimonio tra Carl ed Ellie e prosegue fino alla morte di lei, per una durata di circa 5 minuti: quel che basta per dare allo spettatore le sensazioni dei ricordi dell’uomo ormai rimasto solo. Come ha spiegato Michaela Wonzy, infatti, questa sequenza utilizza
tecniche visive e una composizione musicale per svolgere tutte le funzioni narrative senza fare affidamento sul dialogo.
Dopo il flashback iniziale, la costruzione narrativa del film è quella classica del film d’avventura: partenza, viaggio, ostacoli lungo il percorso e arrivo. Ciò che però lo differenzia rispetto agli altri film del genere è il modo in cui costruisce ogni personaggio come possibile variazione dello stesso tema (di Carl). Pensateci bene. Russell incarna la curiosità e l’entusiasmo che il protagonista ha perso insieme a Ellie; Charles Muntz, il suo eroe giovanile, è la sua estremizzazione, vale a dire un esploratore che ha trasformato la propria passione in ossessione finendo prigioniero (anche lui) di una vecchia promessa. Entrambi i personaggi obbligano il signor Fredricksen a chiedersi che uomo vuole essere. Anche Beccacino e Dug non sono semplici presenze comiche, ma servono a mostrare quanto Carl, seppur continui a negarlo, necessiti di altri legami. Il primo porta caos e meraviglia nella schematicità mentale del protagonista, il secondo porta un affetto immediato e incondizionato. Sono presenze che lo costringono a uscire dal proprio isolamento e capire che l’avventura non riguarda solo il raggiungimento delle Cascate Paradiso, ma soprattutto aprirsi a nuove avventure nel presente e nel futuro.
Guardando la storia di Carl, Russell, Beccacino e Dug, l’insegnamento più importante riguarda un principio fondamentale del visual storytelling, soprattutto quando parliamo di adventure: dare un corpo al tema del viaggio. Molti travel film e documentari raccontano le emozioni attraverso le parole, mentre Up sceglie la strada opposta: prende un sentimento invisibile (il peso del passato) e lo trasforma in qualcosa di tangibile da vedere, seguire e osservare mentre cambia lungo il viaggio. Per chi realizza contenuti di viaggio significa porsi una domanda fondamentale: quale è l’elemento in grado di rappresentare l’intera avventura? Può essere l’anello di Frodo, il treno dei fratelli Whitman diretto a Darjeeling o una casa volante, l’importante è che sia presente un elemento che accompagni il protagonista e che finisca per raccontare il suo percorso interiore meglio di qualsiasi altra spiegazione.
Questo perché le migliori storie di viaggio si ricordano per l’immagine che resta impressa nella mente dello spettatore quando il film finisce. Per Up è una casa sospesa nel cielo da migliaia di palloncini, sta a te trovare la tua!
Regia di Pete Docter, Bob Peterson
Scritto da Pete Docter, Bob Peterson
Fotografia di Patrick Lin, Jean-Claude Kalache
Montaggio di Kevin Nolting
Musiche di Michael Giacchino
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