I sogni segreti di Walter Mitty
“Vedere il mondo, affrontare pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovare gli altri e sentire. Questo è lo scopo della vita”
Non solo i documentari raccontano il mondo dell’esplorazione e dei viaggi, ma anche i film di finzione corrono in nostro aiuto per mostrarci storie e destinazioni da capogiro. In questo senso, I sogni segreti di Walter Mitty, film del 2013 diretto da Ben Stiller e disponibile su Disney+, si inserisce perfettamente in questo discorso. Remake della pellicola del 1947 Sogni Proibiti, il quinto film da regista dell’attore newyorkese è un racconto che mette al centro della narrazione l’importanza del viaggio e dell’avventura.
Walter Mitty (Ben Stiller) passa da 16 anni le sue giornate a gestire e sviluppare i negativi fotografici per la rivista Life, ma rischia di essere licenziato dopo aver perso il “fotogramma 25”, quello selezionato per l’ultima copertina della rivista prima del passaggio definitivo al digitale. Per trovarlo, si muove alla ricerca di Sean O’Connell (Sean Penn), ex fotografo di guerra e autore della fotografia scomparsa, ma c’è un problema: oltre a non conoscere il luogo in cui si trova il fotografo, Walter non si è mai spostato da New York. È andato solo una volta a Phoenix, per il resto il nulla, proprio come la sua bio nel sito di incontro e-Harmony alla voce “posti notevoli visitati”. Gli unici luoghi che ha esplorato sono quelli dei suoi sogni ad occhi aperti, dei rifugi immaginari in cui si immerge per scappare dalle ansie della vita reale.
Vi parliamo di questo film dato che il viaggio e l’avventura sono l’elemento principale di tutta la narrazione. Non come una fuga, ma come una necessità improvvisa che lo costringe a confrontarsi con se stesso, ad uscire da una condizione mentale prima ancora che geografica. Walter si ritrova così sballottolato tra Groenlandia, Islanda e Afghanistan, fino ad arrivare sulla cima dell’Himalaya. Ogni tappa di questo improbabile viaggio non rappresenta semplicemente uno spostamento spaziale, ma si trasforma in una piccola fetta (come quella della torta clementina preparata dalla madre) di un mondo da scoprire e che lo cambia mentre lo attraversa.
Attraverso uno sguardo profondamente documentaristico, frutto dell’ottimo lavoro fatto dal direttore della fotografia Stuart Dryburgh, i luoghi in cui si ritrova si fanno protagonisti e riflesso della condizione interiore di Walter. Dal caos lavorativo di New York all’immensità desolata della Groenlandia, dalle discese con lo skate in Islanda fino alla quiete sull’Himalaya, l’ambiente che circonda il nostro improbabile viaggiatore si sostituisce ai dialoghi per raccontare molto più di quanto farebbero le parole.
La fotografia è spettacolare (il film è girato per lo più in location reali) e fa immergere lo spettatore nei luoghi in cui si ritrova Walter, lasciando il tempo a chi guarda di contemplare le bellezze che lo circondano. Proprio qui, però, emerge l’inghippo principale del film: lasciando troppo spazio alle immagini, quindi insistendo sulla dimensione visiva che questi luoghi strepitosi permettono di catturare, il rischio è quello di perdere il focus sulla dimensione narrativa, finendo per relegare in una posizione secondaria la profondità umana che questi luoghi dovrebbero accompagnare.
A seguire Walter nel suo viaggio è una regia consapevole che riflette l’evoluzione del protagonista anche sul piano formale. I movimenti della macchina da presa cambiano insieme al protagonista: dalla messa in scena più rigida e “costruita” (quasi fotografiche, visto che parliamo di Life) di New York si passa poi a movimenti più fluidi e a inquadrature dal più ampio respiro, che si avvicinano decisamente al linguaggio documentario. È come se il film, tappa dopo tappa, abbandonasse man mano la messa in scena a favore di uno sguardo più diretto e reale sul mondo. Non c’è più bisogno di costruire (registicamente) o immaginare (tramite sogni ad occhi aperti) la realtà: il mondo e la natura sono già strabilianti di per sé e non hanno bisogno di essere ritoccati, ma semplicemente osservati e vissuti.
Per chi si occupa di documentario, il cambio di registro adottato dalla regia di Ben Stiller può essere un insegnamento di come le inquadrature e i movimenti di macchina con cui riprendiamo lo spazio e i soggetti svolgono un ruolo centrale nel codificare il significato che intendiamo trasmettere attraverso le immagini. Al tempo stesso, il film insegna anche il rischio opposto: quando i luoghi sono troppo stupefacenti, il rischio è quello di cadere nella rappresentazione sterile, finendo per smettere di raccontare e limitandosi a mostrare.
In questo senso, risulta significativa una delle frasi che più sintetizzano il senso del film (di cui non vi diremo altro per non spoilerarvi nulla!): “Voglio restarci dentro, senza la distrazione dell’obiettivo”. Il viaggio insegna a Walter (e a chi guarda) che l’esplorazione significa immergersi nella natura, conoscerla (per conoscerci): non si tratta solo di andare in un luogo per necessità, ma di guardare, osservare ed entrare davvero in relazione con esso. Da osservatore passivo della vita, Walter decide di prenderla in mano e di diventarne un protagonista attivo, come suggerisce il motto di Life:
“Vedere il mondo, affrontare pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovare gli altri e sentire. Questo è lo scopo della vita”
Regia di Ben Stiller
Scritto da Steve Conrad
Fotografia di Stuart Dryburgh
Montaggio di Greg Hayden
Musiche di Theodore Shapiro
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