Y tu mama también
La vita è come la schiuma, per questo bisogna abbandonarsi come il mare
Siamo nell’estate che segue la fine della scuola, in quel momento della vita in cui il mondo sembra essere ai nostri piedi e ci appare governabile grazie alla nostra voglia di vivere e divertirci. Ma è anche l’inizio di una stagione destinata a mettere in discussione molte delle certezze costruite fino a quel momento: le amicizie, i rapporti sentimentali e perfino l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Per celebrare la fine di questa prima fase della vita, almeno scolastica, molti ragazzi scelgono di partire per un viaggio di puro divertimento. Lo stesso fanno (o forse speravano) Julio e Tenoch in Y tu mamá también (Anche tua madre), road movie diretto nel 2001 dal maestro messicano Alfonso Cuarón. Al centro del film c’è un viaggio verso un luogo remoto ed esotico fantasticato dai due giovani per fare i galli del pollaio davanti a una donna più grande di loro. Quella che era una partenza improvvisata, proposta all’inizio come puro atto goliardico, si rivelerà molto più realistica e densa di significato rispetto a quanto avevano previsto, portandoli in una situazione nella quale le maschere machiste con cui hanno affrontato il mondo perderanno la propria efficacia. Ma andiamo per gradi.
Città del Messico. Julio e Tenoch sono due amici inseparabili che trascorrono le giornate tra battute oscene, alcol, marijuana e il personalissimo codice dei Charolastras, undici strambe regole che dovrebbero sancire l’indistruttibilità del loro rapporto. Rimasti soli per l’estate dopo la partenza delle fidanzate per un viaggio in Italia, i due fanno la conoscenza di Luisa, una donna spagnola più grande di loro e moglie del cugino di Tenoch. Spinti dalle proprie fantasie sessuali, le propongono un insperato viaggio verso la Boca del Cielo, una spiaggia paradisiaca di cui non conoscono né la posizione né l’effettiva esistenza. Inizialmente Luisa rifiuta, ma dopo aver scoperto il tradimento del marito, decide di accettare. Presi da un’euforica agitazione, Julio e Tenoch raccolgono qualche informazione sulla possibile destinazione e iniziano con lei un road trip attraverso il Messico.
Non staremo qui a ripetere tutto ciò che è già stato scritto su questo capolavoro. Molti ricordano Y tu mamá también per la rappresentazione esplicita della sessualità e per il ruolo di primo piano che questa assume nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, richiamando giustamente il genere del coming-of-age, che trova nel road movie uno dei propri habitat naturali (vedi Stand by me). Quel che interessa a noi, dal punto di vista di chi ama il racconto di viaggio, è che il film di Cuarón merita di essere recuperato perché mostra come la strada non debba necessariamente trasformare radicalmente i suoi protagonisti, ma come possa mettere a nudo i limiti del modo in cui vedono loro stessi e il mondo. Il viaggio non consegna a Julio e Tenoch una nuova identità; li porta in una situazione in cui devono affrontare il loro modo di vivere la realtà.
A far funzionare il film è il modo in cui Cuarón traduce questo concetto nella messa in scena. Y tu mamá también racconta la fine delle illusioni giovanili, senza rinunciare alla leggerezza dei suoi protagonisti e senza trasformarsi improvvisamente in un dramma introspettivo che si troverebbe sconnesso al tono iniziale. Julio e Tenoch continuano per quasi tutto il film a scherzare, bere, fumare, parlare ossessivamente di sesso e contendersi l’attenzione di Luisa. Ma il tocco magico del regista sta nell’osservare i loro comportamenti in maniera distaccata, senza lodarli o condannarli. Lascia che a parlare siano loro due e che quelle stesse azioni goliardiche che li contraddistinguono, una volta confrontate con le proprie conseguenze, inizino ad assumere naturalmente un peso differente. La goliardia rimane il linguaggio della loro amicizia, ma il viaggio mette a nudo come non sia sufficiente ad affrontare una realtà che prende una direzione imprevista.
Luisa, in questo senso, rappresenta il perfetto contraltare dei due giovani. Comprende che dietro il racconto di Boca del Cielo si nasconde soprattutto il loro desiderio di sedurla, quasi fosse una conquista da esibire agli amici, ma nonostante ciò decide comunque di partire al loro fianco. Lo fa non tanto per assecondare passivamente la loro fantasia sessuale, ma per rivivere la brezza della gioventù e per riprendere in mano quella libertà che le era mancata a fianco del marito. Più adulta e navigata di Julio e Tenoch, Luisa porta con sé un vissuto che i due ragazzi non possono nemmeno intuire, e una consapevolezza, rivelata solo più avanti, che rende la sua urgenza di vivere ogni istante tutt’altro che un capriccio passeggero. Sono due motivazioni diverse che si ritrovano a compiere un viaggio insieme: Julio e Tenoch cercano un’avventura erotica da inserire nel proprio immaginario goliardico, mentre Luisa cerca uno spazio nel quale tornare a scegliere e vivere liberamente, per sé stessa. Allora la sua presenza non rappresenta solo l’elemento esterno alla coppia di amici che ne altera l’equilibrio, ma un personaggio con un percorso autonomo e una consapevolezza della vita profondamente diversa dalla loro che aiuterà i personaggi a raggiungere la maturazione.
Maturazione che passerà attraverso le conseguenze delle loro scelte. Questo perché gli effetti dell’esperienza da loro tanto cercata finiscono poi per rivelarsi opposti a quelli previsti. Quando la fantasia dei ragazzi comincia a concretizzarsi, la felicità e la complicità che Julio e Tenoch pensavano di ricavarne lasciano spazio alla competizione e alla gelosia. Perciò, la strada e la presenza di Luisa non generano dal nulla le fragilità della loro amicizia, ma creano le condizioni tali da metterla in crisi per sempre. E questo si ritorce anche nell’idea che loro stessi avevano della libertà, perché gli elementi che inizialmente sembravano rappresentarla (sessualità sfrenata, alcol e droghe) da manifestazioni della goliardia quali erano all’inizio si trasformano in strumenti che mostrano i limiti dei ragazzi. Pensateci bene: loro si considerano liberi rifiutando le regole degli adulti, ma finiscono per sostituirle con un sistema altrettanto rigido, fondato sulla virilità ostentata, sulla competizione e sul loro codice di amicizia. Sono capaci di abbandonarsi finché qualcosa sfugge al loro controllo. Ed è nel momento in cui ciò succede che si mostrano per quello che sono: dei ragazzi un po’ spavaldi che non possiedono ancora gli strumenti per affrontare le vere difficoltà personali.
Ben diversa è la libertà di Luisa, che sceglie di lasciarsi attraversare dalle esperienze accettandone la precarietà e le conseguenze. Avendo vissuto nella vita situazioni molto complicate, e dopo la recente “mazzata” del tradimento, comprende nel corso del viaggio la necessità di godersi con assoluta spensieratezza un’esperienza per lei irripetibile. Quindi, la sua celebre frase, «la vita è come la schiuma, per questo bisogna abbandonarsi come il mare», non è un banale invito a divertirsi, ma l’espressione di una consapevolezza più profonda del tempo che passa e della fine delle cose. Il film mette così a confronto due modi differenti di intendere la libertà: da una parte quella ancora difensiva ed esteriorizzata dei Charolastras, dall’altra la capacità di vivere e interiorizzare il presente senza pretendere di controllarne gli effetti.
È per la capacità di tenere insieme questi elementi che consigliamo un film libero, esplicito e irriverente come Y tu mamá también. Cuarón riesce inoltre a costruire un road movie intimo e al tempo stesso collettivo, perché guarda sia ai personaggi principali che (soprattutto) all’influenza del contesto sociale e culturale che li circonda. Questo sguardo verso il Messico e i messicani si mostra soprattutto nelle scene di spostamento in auto, dato che il regista, scrivendo il film insieme al fratello Carlos, si rese presto conto che la premessa di due adolescenti in viaggio con una donna più grande rischiava di ridursi a una semplice commedia voyeuristica. Per darle maggiore profondità, decisero di esplorare il modo in cui il contesto sociale definisce i personaggi e, contemporaneamente, il modo in cui i personaggi rivelano quel contesto: Cuarón voleva abbandonare il punto di vista soggettivo dei suoi film precedenti (hollywoodiani) per conoscere i protagonisti attraverso il mondo nel quale si muovono. E gli strumenti con cui opera questo superamento sono due: la voce narrante onnisciente e un tracking shot che ad un certo punto si disinteressa dei personaggi.
Quando interviene il narratore, il sonoro della scena scompare improvvisamente e il film si distacca dall’esperienza immediata di Julio, Tenoch e Luisa. Lo spettatore viene momentaneamente sottratto al coinvolgimento emotivo e spinto a osservare criticamente ciò che le immagini stanno mostrando (un po’ come il teatro di Brecht). La voce racconta persone che i protagonisti incrociano senza notarle, dà voce alle città e alle strade attraversate, riporta in primo piano le tensioni politiche e sociali presenti ai margini della loro avventura e, in altri momenti ancora, entra nella sfera intima dei ragazzi rivelando segreti e insicurezze che contrastano con la sicurezza ostentata dal loro comportamento. Non ha ruolo descrittivo: aggiunge informazioni che le immagini non possono e i personaggi non vogliono far conoscere agli altri.
In questa operazione di “allontanamento”, anche la regia contribuisce notevolmente e lo fa attraverso un movimento di macchina in particolare, riproposto più volte nel corso del film. In alcune scene vediamo la macchina da presa seguire uno o più dei protagonisti, per poi proseguire nel suo movimento fluido e dimenticarsi di loro, ponendo l’attenzione su elementi che di primo impatto potevano sembrare superficiali. Alcuni esempi di questo sono la signora che entra nel bar mentre loro parlano, seguita fino alla cucina in cui un gruppo di donne balla e cucina; il matrimonio che i tre protagonisti incontrano lungo il tragitto; i posti di blocco continui ai lati della strada. Ragionandoci sopra, è proprio un approccio molto vicino a quello del documentarista che osserva e interpreta.
Per chi racconta viaggi, quindi, l’insegnamento più interessante riguarda sicuramente l’uso della voce fuori campo, che non deve mai limitarsi a descrivere o spiegare ciò che le immagini già mostrano ma deve aprire il racconto verso ciò che resta invisibile: il passato e il futuro delle persone incontrate, la storia dei luoghi e delle tradizioni, le tensioni presenti ai margini del percorso e le storie che i viaggiatori, chiusi nella propria esperienza, non riescono a osservare. Il narratore non si sostituisce alle immagini: aggiunge ciò che i personaggi e le inquadrature non rivelano. Nel complesso, Y tu mama también ci ricorda ancora che il viaggio deve essere inserito in un mondo molto più vasto dello sguardo dei personaggi.
Regia di Alfonso Cuarón
Sceneggiatura di Carlos Cuarón, Alfonso Cuarón
Fotografia di Emmanuel Lubezki
Montaggio di Alfonso Cuarón, Alex Rodríguez
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