Easy Rider
Che c'è di male nella libertà? La libertà è tutto
Probabilmente il road movie più famoso mai realizzato, Easy Rider (1969) è uno dei più grandi inni cinematografici alla libertà che possiate incontrar. Ve ne ne abbiamo già parlato brevemente tra i film di viaggio da vedere prima di partire per le vacanze, ma non potevamo non dedicargli un’attenzione particolare.
Parliamo di uno degli esempi più efficaci di come utilizzare il viaggio per raccontare e mettere a nudo i valori, le bellezze e le contraddizioni di un intero Paese.
L’esordio alla regia di Dennis Hopper trasforma due motociclette, una strada e gli incontri lungo il percorso in strumenti capaci di raccontare, senza troppi giri di parole, gli Stati Uniti di fine anni Sessanta, attraversati dalla controcultura hippie e dalle rivendicazioni giovanili. Protagonisti del film sono Wyatt, interpretato da un grande Peter Fonda, e Billy, lo stesso Hopper: due motociclisti che vendono una partita di droga per finanziare il loro viaggio da Los Angeles a New Orleans. Non hanno programmi né prenotazioni, dormono all’aperto e percorrono centinaia di chilometri nelle infinite distese americane. Incontrano contadini, hippie e persone apertamente ostili nei loro confronti, e accolgono con loro un nuovo compagno di viaggio: durante una breve tappa in carcere conoscono George, un avvocato alcolizzato interpretato da Jack Nicholson, che si unirà insieme a loro in questo viaggio verso la libertà.
Non esiste una vera trama di fondo. La storia procede in maniera anticonvenzionale, con gli spostamenti dei protagonisti a guidare tutta la narrazione. Vi consigliamo Easy Rider proprio per il modo in cui utilizza una struttura episodica per mostrare non soltanto le bellezze naturali degli Stati Uniti, restituite dalle splendide sequenze on the road, ma anche la varietà culturale e umana di chi li abita. Ogni incontro offre un’immagine diversa del Paese e modifica l’atmosfera del film, alternando momenti di euforia ad altri più introspettivi, inquieti e a tratti tetri.
Il viaggio assume così una doppia funzione. Da una parte, le sequenze in cui vediamo i protagonisti attraversare pianure, deserti e montagne a bordo delle loro motociclette alimentano il desiderio di partire e trasmettono una sensazione di apertura assoluta. Wyatt e Billy sembrano respirare davvero la libertà soltanto quando si trovano sulla strada. Dall’altra, tutto cambia durante le soste, quando entrano in contatto con un mondo sempre meno disposto ad accoglierli e si rifugiano nell’alcol e nelle droghe per evadere dalla realtà. I protagonisti si sentono veramente liberi solo quando sono in movimento: una delle dimostrazioni più potenti di ciò che il viaggio può rappresentare al cinema.
Se non vengono trattate adeguatamente, le lunghe sequenze di spostamento rischiano però di risultare puramente estetiche o posticce. Bisogna renderle vive, farle respirare e dotarle di una propria identità. In Easy Rider è soprattutto la colonna sonora a trasformare le immagini del percorso nel fulcro della narrazione. La soundtrack è costruita quasi interamente con brani rock preesistenti di fine degli anni Sessanta, provenienti quindi dallo stesso ambiente culturale dei protagonisti. Canzoni come Born to Be Wild e Wasn’t Born to Follow permettono così allo spettatore di entrare nella storia e nel modo in cui Wyatt e Billy immaginano la propria libertà.
Quando le motociclette sfrecciano sull’asfalto e la musica incalza, percepiamo immediatamente il piacere di muoversi senza un piano ben delineato. Il ruolo della colonna sonora è simile a quello che in molti documentari di viaggio viene affidato alla voce narrante: non descrive i luoghi attraversati, ma ci introduce nello stato d’animo dei protagonisti e nel modo in cui stanno vivendo il percorso. La musica non accompagna semplicemente le immagini, ma dà loro ritmo, significato e direzione.
Accanto alla colonna sonora, un’altra caratteristica riconoscibile del film è il montaggio. In particolare, sono le transizioni a rendere unico il passaggio tra una tappa e l’altra. Fateci caso durante la visione: prima che una sequenza si concluda, il montaggio mostra per pochi fotogrammi un’immagine appartenente a quella successiva, torna alla scena precedente e ripete più volte questo passaggio, quasi fosse una luce intermittente. Questa scelta può ricordare la percezione alterata provocata dalle droghe assunte dai protagonisti, portata all’estremo nella disturbante sequenza del cimitero di New Orleans. Allo stesso tempo, comunica anche una sensazione profondamente legata al loro modo di viaggiare: nessun luogo viene vissuto fino in fondo, perché Wyatt e Billy sono già proiettati verso la tappa successiva, verso la destinazione finale e verso quel futuro di libertà che sperano di raggiungere. Le transizioni non servono quindi soltanto a collegare due scene, ma rendono visibile la loro continua necessità di ripartire.
Il film divenne subito un cult e vinse il premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes. Easy Rider utilizzava musica, personaggi, luoghi e linguaggio visivo per parlare direttamente a una generazione di giovani che non si riconosceva più nel cinema hollywoodiano tradizionale. Anche il viaggio di Wyatt e Billy, libero da programmi e destinazioni rigide, rappresentava quel desiderio di rottura con i modelli precedenti. Non a caso, il film è ancora oggi considerato uno dei manifesti della New Hollywood.
Un pilastro fondamentale per il modo in cui mette in scena il legame tra viaggio e libertà, continuando a offrire indicazioni utili a chi realizza film, documentari o contenuti legati al mondo travel. Hopper non utilizza gli spostamenti come semplici raccordi tra una tappa e l’altra, anzi, è quasi il contrario: sono le soste a interrompere, spesso in maniera traumatica, il flusso del viaggio. Il movimento fisico diventa il cuore del racconto, il momento in cui i protagonisti possono sentirsi liberi e sottrarsi temporaneamente agli insulti e all’ostilità di chi li considera una minaccia.
Guardando il viaggio di Peter Fonda e Dennis Hopper impariamo quindi che le sequenze di viaggio non devono essere soltanto delle pause tra le parti importanti del racconto: possono essere esse stesse il racconto. Per renderle vive, però, bisogna trovare un ritmo coerente con lo stato d’animo dei viaggiatori e utilizzare consapevolmente gli strumenti messi a disposizione dal cinema. Nel film è il rapporto tra protagonisti, musica e montaggio a farci percepire la libertà provata da Wyatt e Billy quando salgono sui loro chopper e tornano sulla strada.
Perciò ricorda: non limitarti a mostrare il viaggio come un semplice movimento fisico, ma trova il modo di farlo vivere anche allo spettatore.
Regia di Dennis Hopper
Sceneggiatura di Dennis Hopper, Peter Fonda, Terry Southern
Fotografia di László Kovács
Montaggio di Donn Cambern
Prodotto da Peter Fonda
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